Lo stupro come arma di guerra: perché la risoluzione ONU appena approvata è già stata indebolita?

Tra le accuse che più sovente vengono rivolte alle donne che militano e combattono per i propri diritti vi è quella di non essere mai contente.
Contente” nel senso etimologico più puro, dal latino “contentus”: pago, soddisfatto.
La realtà è che con altrettanta frequenza i diritti (non solo femminili) vengono depotenziati dalle fondamenta con quelle che vengono fatte apparire
come questioni di lana caprina.

L’esempio di oggi? La risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) in materia di violenza sessuale nel corso di conflitti. In particolare, la risoluzione ha come obiettivo quello di combattere lo stupro come arma di guerra. L’approvazione del documento è avvenuta con 13 voti favorevoli e 2 astenuti (Russia e Cina).

Di per sé la notizia dovrebbe rincuorare, per quanto i detrattori siano pronti a contestare come simili documenti finiscano con il rimanere per lo più programmatici e di poco impatto. Tuttavia negli scorsi giorni gli Stati Uniti avevano minacciato di porre il proprio veto sull’approvazione del documento. Perché? Perché i riferimenti agli “health services” (servizi sanitari) e alla “sexual and reproductive health” (salute sessuale e riproduttiva) avrebbero implicato inevitabilmente il ricorso all’interruzione di gravidanza per le donne vittime di stupro durante un conflitto. Implicazione che risulterebbe eticamente accettabile secondo i più e secondo chi scrive, ma che per gli Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze inaccettabili.

L’avvocata per i diritti umani Amal Clooney, ha sottolineato al Consiglio di Sicurezza come gli Stati chiamati a votare

“debbano la risoluzione alle migliaia di donne e ragazze che hanno guardato i membri dell’ISIS radersi via le barbe e tornare alle loro routine di vita mentre le vittime non potranno mai farlo”

(qui trovate il video). L’avvocata ha parlato in rappresentanza delle vittime yazide di stupri perpetrati come armi di guerra, spronando a mantenere intatto il riferimento alla salute sessuale e riproduttiva. Insieme a lei si erano schierati anche i Nobel per la pace Nadia Murad e Denis Mutwege, durante una riunione tenutasi con il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres. Quest’ultimo si era schierato apertamente affinché

“la risposta globale [allo stupro come arma di guerra] [dovesse] garantire la punizione degli autori e il sostegno completo ai sopravvissuti”.

Tuttavia ciò non è bastato.
La risoluzione è effettivamente stata approvata, ma ogni riferimento ai “servizi sanitari”, nonché alla “salute sessuale e riproduttiva” delle donne vittime di stupro in conflitto è stato rimosso. Gli Stati Uniti hanno dunque riportato un’effettiva vittoria, indebolendo notevolmente il portato della risoluzione. In questo modo il documento risulta del tutto depotenziato, non garantendo alle vittime di stupro il ricorso all’interruzione di gravidanza. Inoltre la risoluzione risultava già privata della parte relativa all’istituzione di un nuovo meccanismo di monitoraggio e vigilanza delle violenze sessuali durante i conflitti. Parte rimossa a causa della posizione contraria non solo degli Stati Uniti, ma anche della Russia e della Cina.

Appare assurdo pensare dunque di tutelare le vittime di violenza sessuale durante un conflitto, senza poter garantire al contempo debite cure mediche in ambito sessuale e riproduttivo, specialmente si si considera con lucida attenzione come le vittime siano spesso oggetto di atroci mutilazioni, oltre che di aggressioni fisiche e psicologiche. Anche oggi, pertanto, non ci si può ritenete contenti, soddisfatti da uno strumento che avrebbe potuto offrire tutele, ma che appare fortemente depotenziato e non in grado di assicurare anche solo in parte di ristorare la salute di chi è stato o stata vittima di violenze sessuali durante una fase di guerra.

Per essere contenti e contente, servirebbe ben altro…

Gestazione per Altri: che cosa ha detto davvero la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo?

Come spesso accade quando si ha a che fare con temi scottanti sul piano morale o etico, le pronunce di organi di giustizia tendono a essere enfatizzate oltre ai loro reali limiti. In questo caso il riferimento va alla notizia, riportata dalle maggiori testate nazionali, secondo cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) avrebbe “stabilito il diritto” per i genitori d’intenzione di vedersi riconoscere un legame di filiazione verso il bambino nato all’estero da una gestante, da una “madre surrogata”. Non solo, ciò sarebbe avvenuto in una storica “pronuncia”.

Innanzitutto la Corte EDU ha pubblicato il solo comunicato stampa di quello che sarà un parere e non una sentenza. Si tratta di un elemento fondamentale, dato che la Corte ha esecritato proprio in questa occasione la sua nuovissima funzione consultiva. Una funzione prevista da Protocollo addizionale n. 16, entrato in vigore il 1° agosto 2018. In sintesi, dall’estate scorsa è possibile per le corti nazionali richiedere alla Corte Edu pareri in merito a questioni di principio riguardanti l’interpretazione o l’applicazione dei diritti e delle libertà stabiliti nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo… mentre la causa nazionale è ancora pendente davanti alla corte richiedente.

Al di là di questa parentesi più tecnica, quale Paese ha  depositato la prima richiesta di parere? È stata la Corte di Cassazione francese, con l’Arrêt n. 638 du 5 octobre 2018, in riferimento a un noto caso di Gestazione per Altri (GPA), riguardante la famiglia Mennesson. Un caso durato 15 anni e dai risvolti giudiziari molto complessi, al quale dedicherò un articolo a parte!

Per tornare alla notizia un po’ travisata, la Corte EDU ha dunque esposto nel comunicato stampa le proprie posizioni circa le due questioni sollevate dalla Corte di Cassazione francese. Quest’ultima ha posto le domande rispetto ai casi nei quali un bambino nato da GPA all’estero si veda riconosciuto il legame di filiazione con il padre d’intenzione (per cui ci sia un legame genetico tra padre e figlio), ma dall’altro sia stato concepito da una donatrice di gameti. In queste circostanze la Corte di Cassazione ha chiesto se:

  1. il diritto al rispetto della vita privata (art. 8 della CEDU) del bambino implichi che sia riconosciuto anche il legame di filiazione con la madre d’intenzione, in qualità di madre legale... e la Corte EDU ha risposto in senso positivo.
  2. il diritto al rispetto della vita privata del bambino permetta di riconoscere il legame di filiazione con la madre legale attraverso l’adozione del bambino e non con la trascrizione diretta dell’atto di nascita formato all’estero.. e la Corte EDU ritiene che il diritto del bambino possa essere tutelato anche attraverso l’adozione!

Questo significa che no, la Corte EDU non ha sancito e creato un nuovo diritto attraverso una sentenza (cosa per altro impossibile)! La Corte non apre in alcun modo al diffondersi della pratica della GPA in modo incondizionato in Europa, ma si limita a valutare l’impatto di determinate norme nazionali sullo stato di salute dei diritti di un bambino nato da GPA all’estero. In ogni caso, per approfondire le ragioni della Corte sarà necessario attendere la pubblicazione del parere nella sua integralità… anche nell’attesa di scoprire la forma definitiva della riforma delle leggi di bioetica in Francia!

‘The Handmaid’s Tale’: il fumetto. Recensione per grandi appassionati e primi lettori.

‘The Handmaid’s Tale’ (‘Il Racconto dell’Ancella’) è il prodotto della penna a dir poco geniale di Margaret Atwood. La Atwood, poetessa e scrittrice di origine canadese, ha all’attivo quasi più di 60 creazioni letterarie di diverso genere, incluse la saggistica e la letteratura per bambini.

The Handmaid’s Tale” è senza dubbio la sua creazione che negli ultimi anni ha riscosso più successo, complice anche la produzione dell’omonima serie TV a opera di Netflix. Personalmente sono rimasta piuttosto scettica verso la serie e il romanzo per molto tempo. L’enorme clamore suscitato mi dava la percezione che potesse trattarsi di prodotto letterario fondato su slogan e ideologizzazioni. Poi, l’estate scorsa mi sono infine decisa a prendere il mano il libro, in versione inglese, e tutte le mie perplessità si sono sgretolate nell’arco di un pomeriggio e una sera di alacre lettura.

Si tratta di un romanzo distopico, ambientato in una teocrazia totalitaria insediatasi 640px-Margaret-Atwood-Handmaids-Tale-Folio-Society.jpgdopo aver rovesciato la democrazia statunitense. La Terra è distrutta dall’inquinamento in ogni forma e la popolazione non cresce più. Il cuore pulsante della teocrazia di Gilead (Galaad nell’edizione italiana) è la fertilità. La società è fortemente gerarchizzata e in cima alla piramide si trovano i Comandanti, gerarchi della Repubblica di Gilead, che si fondano sul precetto biblico (Genesi 30, 1-4) per cui i mariti possono avere rapporti sessuali cone le proprie serve per generare figli, quando le mogli siano sterili, allo scopo di dotarsi di Ancelle fertili. Le Ancelle si trovano dunque in uno stato di assoluto asservimento, autorizzate esclusivamente a offrirsi ai Comandanti per riuscire a procreare. I nati da queste unioni sono destianti a divenire figli dei Comandanti e delle loro Mogli, rinviando l’Ancella a una nuova destinazione fintanto che sia fertile.

Oltre al romanzo originale, pubblicato nel 1985 in Canada e arrivato nel 1988 in Italia, e alla serie TV prodotta da Netflix… il 26 marzo 2019 è stato pubblicato il fumetto ispirato al racconto di Margaret Atwood!

L’autrice delle illustrazioni è Renee Nault (qui trovate il suo sito),Photo 11-04-2019 23 32 43 illustratrice canadese dall’indiscusso talento, il cui tratto tipico è un mix di illustrazioni a inchiostro e acquarelli dai toni molto vividi.

Mi perdoneranno gli artisti per la genericità della descrizione, ma qui potete osservare un esempio tratto proprio dal graphic novel.

Il fumetto segue strettamente lo sviluppo del romanzo, a differenza di quanto è avvenuto per la ​serie TV.  A questo proposito Renee Nault ha dichiarato di aver evitato non solo di guardare la serie, ma anche il film realizzato negli anni ’90, per non venire influenzata nella realizzazione dei disegni. Ciò anche in relazione al fatto che il lavoro di trasposizione grafica della Nault è iniziato prima della messa in onda della serie.

L’adattamento del romanzo al fumetto è senza dubbio un’operazione più complessa di quella rivolta agli schermi televisivi. Il pubblico al quale si rivolge la trasposizione grafica è senza dubbio più selezionato e attento, così le critiche non sono mancate specialmente in relazione alla delicatezza delle illustrazioni rispetto all’abbigliamento dei personaggi. Per quanto mi riguarda questa ricercatezza (per cui gli abiti delle Ancelle risultano voluminosi invece che infeltriti e castigati) affonda invece le unghie nella carne viva della storia. Vi è un’apparente, noncé solidissima, serenità nella Repubblica di Gilead. Un’apparenza che cela sotto di sé il dramma più antico dell’umanità per quanto concerne la condizione femminile: la capacità di generare nuovi individui. Un dramma che si declina in decine di modalità: l’incapacità di concepire, quella di farlo e pertanto essere sfruttate, ma anche la condanna morale per le scelte riproduttive compiute prima dell’avvento dela teocrazia.

Non solo, perché all’illustratrice viene contestata la quasi assenza di persone afroamericane. Questa è però una critica derivata dalla mancata lettura del romanzo originale, nel quale la Atwood specifica come le persone di colore siano state rinviate in alcune aree del Midwest, in un’ottica simile a quella dell’apartheid sudafricano. Dato invece modificato nella serie TV.

Il fumetto è un’opera completa in grado di introdurre nuovi lettori al mondo creato da Margaret Atwood, ma anche di fidelizzare gli interessati rimasti più tiepidi rispetto alla serie TV… nonché di soddisfare i veri appassionati!

Nel fumetto troverete una terza dimensione della storia di Margaret Atwood, più onirica e ancora più vivida di quella del romanzo, ma soprattutto più cruda di quella della serie TV. Per ora è ordinabile online o presso alcune librerie nella versione inglese, attualmente l’unica disponibile. Online non si trovano notizie circa future traduzioni, ma visto lo straordinario successo dell’opera è abbastanza sicuro che non tarderanno ad arrivare!

Oggi esce ‘Una merce molto pregiata’: breve recensione per una favola ambientata al tempo della Shoah.

IBS.it mi ha offerto la possibilità di ricevere
in anteprima ‘Una merce molto pregiata‘,
il più recente lavoro di Jean-Claude Grumberg,
in uscita oggi per Guanda editore.

Grumberg è autore di una trentina di opere teatrali, nonché applaudito sceneggiatore che ha collaborato con Truffaut e Costa-Gavras, vincendo numerosi  premi molto prestigiosi. Nella veste di scrittore, già nel 2003 aveva esordito con l’autobiografia ‘Mon père. Inventaire‘, nella quale raccontava la tragedia che ha segnato la sua esistenza. Il padre e i nonni furono infatti vittime di un rastrellamento nel 1942 a Parigi, dalla quale furono deportati prima al Camp de Drancy e poi ad Auschwitz (convoglio n. 49 del 2 marzo 1943), senza mai fare ritorno. Jean-Claude e il fratello vennero quindi condotti alla Maison des enfants de Moissac, rifugio che protesse quasi 500 tra neonati, bamnini e adolescenti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

‘Una merce molto pregiata’ è a tutti gli effetti una favola, un racconto breve, ma dalla straordinaria intensità morale ed emozionale. Ma non solo, perché il cuore della vicenda riguarda il ruolo dei genitori, delle persone che mettono al mondo ai figli, di quelle che non vi riescono ma amano incondizionatamente, spesso dopo aver sofferto molto per quella mancanza.

Certo, di tutte le riflessioni contemporanee sulla maternità, sull’infertilità e sulla relazione tra scienza e diritto in questo libro non troverete delle precise eco… tutt’al più dovrete provare, se vorrete, a decodificare alcune metafore per poi re-interpretarle. Dovrete spostare il vostro punto di visuale accettando di abbandonare i pre-giudizi (in senso neutro) e ponendovi delle domande su quelle che potrebbero essere le vostre scelte se posti davanti al medesimo dilemma morale che coinvolge i protagonisti. Perché se il contesto del racconto è quello dell’orrore della Shoah, un’attenta, quanto delicata, trasposizione di certi elementi sarà possibile anche verso altre epoche storiche.

Vi verrà facile operare questa lettura, proprio perché si tratta di una favola, un racconto che con semplicità disarmante pone i lettori di fronte alla verità morale, o quanto meno agli interrrogativi che ne sono alla base…


 

– Titolo originale dell’opera: ‘La Plus Précieuse des marchandises’
– ‘Una merce molto pregiata’, Guanda editore, 112 pp., 18/04/2019

I 15 anni della Legge 40: com’era regolata la PMA in Italia prima del 2004?

Ieri la Legge 19 febbraio 2004 n. 40, più nota come Legge 40, ha compiuto 15 anni di vigore. Del testo originale, contenente le “norme in materia di procreazione medicalmente assistita” (PMA), molte parti sono state cancellate dall’intervento dei giudici costituzionali.

L’impatto della PMA sulla popolazione nel nostro Paese, dal punto di vista quantitativo, non può essere valutato con estrema precisione. Le lunghe attese dei servizi e i divieti ancora in vigore spingono infatti molte persone a a cercare le cure all’estero, specialmente in Spagna, Repubblica Ceca, Belgio e Olanda. Limitatamente a chi accede a una PMA in Italia, i dati del ministero della Salute relativi al 2016 ci rivelando che i neonati nati vivi dopo una PMA sono stati quell’anno 13.582, a fronte di 97.656 cicli di fecondazione realizzati. Il tasso di riuscita si attesta quindi al 13,91%.

Ma la PMA è sempre stata vietata o fortemente limitata nel nostro Paese?
In realtà no, anzi, prima del 2004 l’Italia figurava tra gli Stati in grado di offrire cure per la fertilità a chi decideva di eludere i divieti esistenti nel proprio Paese. Tuttavia l’accettazione della PMA non è stata immediata, né priva di ostacoli.

Il primo intervento in materia è stato quello del Ministro della Sanità Degan, Costante_Degan.jpg che con una circolare ministeriale nel 1985 vietò il ricorso a tecniche di fecondazione con gameti estranei alla coppia (fecondazione eterologa) nei centri pubblici. Diversamente, in quelli privati, il dono di gameti non solo era consentito, ma rivolto anche alle coppie non sposate.

Successivamente, a causa dello scandalo del sangue infetto da HIV che colpì numerosi CSIRO_ScienceImage_2724_HIVpositive_blood_cell_vs_HIVnegative_Blood_Cell sistemi sanitari, il Ministro della Sanità Donat Cattin emanò una circolare (n. 19 del 1987), con la quale vennero identificate le misure per evitare il contagio attraverso l’impiego di seme maschile infetto. Nel 1992 le disposizioni vennero aggiornate, sancendo chiaramente anche il principio di anonimato del donatore (circolare ministeriale n. 17).

Nel 1995 il Codice di Deontologia Medica stabilì poi numerosi divieti: dalla Gestazione per Altri (GPA), passando per la diagnosi genetica preimpianto (DGP), attraverso la PMA post mortem, per giungere all’esclusione della PMA per le donne in c.d. menopausa precoce. Il Codice consentiva in compenso ai medici di mettere in pratica le fecondazioni eterologhe.

Il panorama delle norme si arricchì nel 1997, quando due ordinanze del Ministero della 43256877782_a04dda3cd3_b.jpg  Sanità sancirono l’illegalità da un lato di qualsiasi forma di remunerazione per i donatori di gameti ed embrioni, dall’altro la sperimentazione diretta a clonare esseri umani o animali. All’origine del divieto di clonazione vi era lo scalpore suscitato dal noto caso della pecora Dolly, il primo mammifero a essere clonato con successo nel 1996.

Infine, prima dell’avvento della Legge 40, due ordinanze del Ministro della Salute Sirchia vietarono l’esportazione di embrioni e gameti all’estero (dicembre 2002).

La Legge 40 è stata quindi il primo atto normativo a contenere la regolazione completa della materia, aggiungendo però un cospicuo numero di limiti all’accesso o alla pratica delle fecondazioni artificiali.  Quali? Ce ne occuperemo nelle prossime settimane, dedicando un articolo a ogni divieto per capire nello specifico come funzionino le tecniche e quali di queste siano oggi permesse!

 

 

 

Primi passi ai confini dell’universo dell’infertilità.

Dopo qualche mese di attività del blog, riesco finalmente a dedicare le prime righe all’argomento al cuore della mia ricerca di dottorato… che costituisce per me anche il centro di un’autentica ‘battaglia‘ culturale e sociale!

2440e296-606b-4c13-bbee-24179e453ff9

A quale tema mi riferisco? Da come si desume dal titolo, all’infertilità, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) riconosce come patologia e definisce così:

assenza involontaria del concepimento dopo almeno un anno di rapporti sessuali mirati o quantomeno non protetti

Questa definizione sta gradualmente evolvendo nel senso di comprendere anche i casi nei quali a impedire il concepimento non sia una disfunzione dell’organismo, ma un’impossibilità anatomica, come per esempio nel caso delle coppie dello stesso sesso. Ma su questa evoluzione torneremo più avanti!

L’infertilità è quindi questa difficoltà protratta nel concepimento, che si suddivide in due categorie:

  1. quando non vi è un trattamento risolutivo della patologia, si ha a che fare con casi di sterilità,
  2. quando invece un presidio medico risolutivo esiste, ci si riferisce a casi di subfertilità o ipofertilità.

 

Se leggendo queste prime righe pensate si tratti di pura accademia, di casi rari, di episodi ai confini dell’universo conosciuto… sappiate che siete persone fortunate, ma che là fuori
vi sono ogni anno circa 25 milioni di cittadini europei che quotidianamente affrontano questa patologia!

Culturalmente siamo portati a credere che la parte più complessa nel controllo delle nascite riguardi la contraccezione, perché il silenzio che circonda l’infertilità ha consentito la costruzione di un autentico tabù attorno al tema degli ostacoli al concepimento.

Giuridicamente, invece, serve tenere a mente come il riconoscimento dell’infertilità come patologia implichi l’inclusione della sua cura nel diritto alla salute! Anche su questo argomento e sulla sua storia torneremo presto, ma per ora basta sapere che il diritto alla salute è definito come:

uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente un’assenza di malattie o infermità

( Preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 1946).

 

E quindi, vi starete chiedendo?

Quindi è importante sapere come il concetto di salute, accettato a livello normativo italiano e internazionale, includa anche un profilo sociale e uno mentale. Perciò può essere intesa come cura anche una pratica sociale che risolva uno stato di malessere che incida sul piano biologico o su quello psichico.

Per questo insistere su una distinzione tra natura e artificio in riferimento alle cure per la fertilità appare poco sensato, specialmente si si vuole basare su questa distinzione una pretesa illegittimità morale delle cure stesse. Questo rilievo sarà essenziale quando approfondiremo la classificazione delle cure esistenti per l’infertilità, andando a vedere in quale modo agiscano i diversi trattamenti.

Lo so, in questo articolo ho promesso molti approfondimenti e offerto solo definizioni, ma linfertilità è davvero un universo umano, prima che medico, troppo vasto per essere esplorato senza le dovute premesse o con estrema velocità. Soprattutto se l’obiettivo finale è quello di rompere definitivamente il silenzio attorno a questa patologia, attraverso la diffusione delle conoscenze di base legate a cause, cure e riferimenti normativi.

Quindi se siete curiosi, continuate a seguire il blog anche sui social network… trovate tutti i collegamenti nella colonna di destra di questa pagina!

Becoming, l’autobiografia rivoluzionaria di Michelle Obama.

Penna Vagante è stato inaugurato trattando dell’uscita
dell’autobiografia di Michelle Obama (potete trovare il primo articolo qui),
così ho deciso di dare inizio alla sezione Recensioni del blog proprio con
Becoming – La mia storia
.

MICHELLEOBAMAgageskidmore

Il libro va indubbiamente inserito nella categoria delle autobiografie. Ciononostante, sin dalle prime pagine l’autrice non sembra interessata tanto a raccontare una storia, quanto a rivolgersi direttamente ai propri lettori, ma soprattutto alle proprie lettrici.

La chiave di lettura in questo senso va ricercata in un’affermazione nella prefazione:

“Sono stata spesso l’unica donna e l’unica persona afroamericana presente nella stanza, in molte stanze”.

Il libro ha una struttura piuttosto semplice: dalla prima parte dal titolo ‘Diventare me stessa’, si passa al racconto dedicato alla coppia Obama (‘Diventare noi stessi’) per arrivare alla storia di come la carriera politica di Barack abbia portato l’intera famiglia a diventare residente alla Casa Bianca (‘Diventare qualcosa di più’). Altrettanto semplici sono lo stile e il registro, che permettono una lettura rapida, ma mai annoiata.

pile of books

Photo by Pixabay on Pexels.com

Le umili origini dell’ex first lady statunitense vanno ricercate nel South Side di Chicago, una vasta area in cui povertà e criminalità prosperano da decenni. Nata in una famiglia proletaria, Michelle Obama ci accompagna per mano attraverso la propria crescita personale e professionale, senza mai tralasciare affermazioni universalizzanti in grado di farci riconoscere almeno in uno dei segmenti di storia tratteggiati nel libro.

Dei numerosi spunti di riflessione che Becoming offre, uno in particolare è salito agli onori delle cronache prima che il libro arrivasse sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo. Michelle Obama ha infatti rivelato a pochi giorni dall’uscita come il proprio percorso di maternità fosse stato segnato da un aborto spontaneo e dal ricorso a tecniche di fecondazione in vitro (FIV/IVF). Di fatto, in modo rivoluzionario, l’ex first lady ha offerto uno scorcio della propria vita personale indagandone non solo uno dei profili più intimi, ma anche più stigmatizzati.

Michelle Obama affronta dunque in modo diretto
due tabù sociali fortemente radicati.

Il primo è quello degli aborti spontanei, attorno ai quali aleggia un’aura di mistero e vergogna. Delle gravidanze che non giungono a compimento non si parla, abbandonando le donne ad affrontare paure e senso di fallimento di fronte a quello che, statisticamente, è un evento molto frequente. Ancora peggio, l’idea diffusa che una donna possa essere tale e realizzarsi soltanto attraverso la maternità comporta il sorgere della convinzione che una donna con problemi di fertilità sia una donna incompleta. Per non dire guasta. Il silenzio è quindi il primo elemento su cui si costruisce il tabù:

“Se dovessi aprire un dossier sulle cose che nessuno ti dice finché non ti ci trovi in mezzo, potrei cominciare con gli aborti [spontanei; miscarriages]. Un aborto [spontaneo; miscarriage] è un’esperienza solitaria, dolorosa e demoralizzante a livello quasi cellulare. Quando ti succede, tendi a considerarlo un tuo fallimento personale, e invece non lo è. […] Quello che nessuno ti dice è che gli aborti [spontanei; miscarriage] capitano di continuo, a più donne di quante immaginiamo, dato il relativo silenzio che li circonda.”

L’ex First Lady statunitense racconta anche  come le difficoltà legate alla propria maternità non siano terminate con l’esperienza di una gravidanza non arrivata al suo fine naturale:

midsection of woman making heart shape with hands

Photo by Pixabay on Pexels.com

“A quanto pare, persino per due tipi intraprendenti, legati da un amore profondo e con una robusta etica del lavoro, decidere di avere un bambino non basta. La fertilità non è qualcosa che si conquista. Per quanto sia esasperante, non esiste un rapporto diretto tra sforzo e risultato. Per me e Barack fu una sorpresa e una delusione.”

Il tabù dell’infertilità viene proposto tenendo conto anche dell’inaccessibilità delle cure nel sistema statunitense.

addiction adult capsule capsules

Photo by Pixabay on Pexels.com

Michelle Obama descrive infatti come ‘fortunatissimi’ lei e il marito, perché dotati di un’assicurazione sanitaria in grado di coprire i trattamenti necessari. Non solo, perché a emergere è persino il dato della fattuale ineguaglianza tra uomo e donna sul piano biologico durante le fasi di cura. Il peso fisico dei trattamenti ricade infatti in modo integrale e inevitabile sul corpo e sull’organizzazione della vita quotidiana della donna.

 

Becoming,
pur rimanendo uno straordinario mezzo di autopromozione per l’ex first lady,
è a tutti gli effetti un’autobiografia rivoluzionaria perché rompe coraggiosamente il muro del silenzio che circonda linfertilità.
Portare alla luce gli ostacoli fisici che si frappongono tra un progetto di famiglia e la sua realizzazione è un gesto fondamentale. Un gesto che diviene rivoluzionario, specialmente in quest’epoca storica, se operato dalla posizione privilegiata dalla quale Michelle Obama può levare la propria voce. Specialmente con un libro che più che raccontare una storia, si pone come manuale di istruzioni per la costruzione di una femminilità consapevole e libera.

 


  • Michelle Obama, Becoming – La mia storia, Garzanti, 2018.

Un San Valentino bioetico: il primo trapianto di cuore della storia… ai confini dell’etica e del diritto.

Buon San Valentino
ai lettori e alle lettrici di Penna Vagante!

Personalmente non sono un’amante delle festività di questo tipo e perciò ho immaginato di dare una chiave di lettura diversa a questa ricorrenza. Una chiave legata alla bioetica e che parte dal simbolo che l’Occidente ha legato alla nozione d’amore: il cuore.

Il cuore di cui vi vorrei parlare oggi è però l’organo centrale dell’apparato cardiocircolatorio e in particolare il cuore come oggetto di trapianto. Un trapianto è un intervento di microchirurgia grazie al quale un organo, le cui funzioni risultano compromesse, viene sostituito con un analogo organo proveniente da un altro corpo. Il trapianto può riguardare interi organi (cuore, rene, fegato, pancreas) o specifici tessuti (come pelle, cornee o midollo osseo). Va da sé che l’espianto potrà avvenire da una persona vivente solo qualora la parte interessata non sia essenziale alla vita. Oggi giorno è inoltre possibile realizzare i cosiddetti xenotrapianti, prelevando cioè l’organo o il tessuto da animali e lavorandolo con tecniche di ingegneria genetica in grado di renderlo compatibile con l’organismo umano. Infine, la scienza ha reso possibile l’impianto di organi e valvole artificiali nel corpo umano.

two person doing surgery inside room

Photo by Vidal Balielo Jr. on Pexels.com

 

La storia contemporanea dei trapianti di organo è iniziata dalla scoperta nel 1900 dell’esistenza dei gruppi sanguigni (A, B e 0) a opera del biologo e fisiologo Karl Ernest Landsteiner. Due anni dopo Alfred von Decastello e Adriano Sturli, scoprirono il gruppo AB, mentre lo stesso Landsteiner nel 1940 identificò con Alexander Wiener il fattore sanguigno Rh.

Da queste basi e dalla ricerca veterinaria, il biologo Peter Medawar prese spunto per sperimentare i primi trapianti di pelle durante la Seconda Guerra Mondiale, giungendo a scoprire la prima colla biologica, successivamente molto impiegata in ambito clinico (il fibrinogeno, una proteina il cui compito è quello di coagulare il sangue).

achievement blur charity collaboration

Photo by rawpixel.com on Pexels.com

Ma il principale merito di Medawar, che gli valse anche il premio Nobel (1960), fu quello di teorizzare la nozione di tolleranza acquisita attivamente, sottolineando cioè l’importanza della compatibilità dei tessuti tra donatore e ricevente (istocompatibilità).

Nel 1954 il chirurgo Joseph Murray eseguì il primo trapianto di rene a Boston, tra due gemelli monozigoti. Rispettivamente nel 1963 e nel 1966 furono realizzati il primo trapianto di fegato (Thomas Starzl) e il primo di pancreas (William Kelly, Richard Lillehei).

Il cuore è stato dunque l’ultimo organo, in ordine cronologico, il cui trapianto ha conosciuto il successo. Autore dell’opera, il sudafricano Christiaan Barnard, era un chirurgo le cui indiscusse capacità non riuscirono a sormontare, presso i colleghi, il fastidio per la sua superbia. Christiaan_Barnard_1969.jpgInfatti, quando il 3 dicembre 1967 a Città del Capo espiantò il cuore da una donna di 25 anni, violò numerose norme, commettendo formalmente un omicidio. All’epoca le regole etiche e giuridiche ponevano infatti cospicui limiti agli interventi di espianto: la morte veniva infatti accertata solo quando il cuore smetteva di battere. Secondo questo paramtero, Denise Darvall, vittima di un incidente stradale che l’aveva resa incosciente, era quindi ancora viva quando Barnard prelevò il suo cuore. Barnard surclassò così Norman Shumway, chirurgo di della Stanford University che i colleghi di tutto il mondo conoscevano e ritenevano sarebbe stato il primo a riuscier nell’impresa. Schumway tuttavia rispettò le regole deontologiche dell’epoca e non ottenne il primato.

Il ricevente del primo trapianto di cuore fu dunque Louis Washkansky, paziente diabetico di 55 anni che sopravvisse 18 giorni all’operazione, morendo per una

person holding medical walker beside white hospital bed

Photo by rawpixel.com on Pexels.com

polmonite. Significativamente Barnard non avvisò nessun collega del suo piano, prima di mettere in atto l’operazione, ben sapendo che non sarebbe stato autorizzato a espiantare il cuore che batteva ancora. Battito che allo stesso tempo era necessario perché l’operazione avesse successo e che implicava che, per gli standard dell’epoca, la paziente fosse considerata viva. Il paziente inoltre, era il paziente perfetto per il progetto sperimentale del chirurgo: i suoi reni e il suo fegato erano gravemente compromessi e l’audace tentativo di trapianto rappresentava un’ultima possibilità. Barnard non solo non venne accusato di omicidio o di violazione delle regole deontologiche, ma divenne un’autentica star nel mondo medico.

Nel gennaio 1968 Barnard eseguì un secondo trapianto, grazie al quale il paziente sopravvisse 19 mesi. Molti colleghi lo accusarono di aver intrapreso una strada pericolosa in un momento in cui la conoscenza non era ancora sufficiente a supportare l’intervento sull’uomo. Infatti il problema delle crisi di rigetto era ben al di là della risoluzione. Tuttavia, Bernard ebbe il merito, anche grazie all’ampio coinvolgimento dell’opinione pubblica, di accelerare il dibattito attorno alla definizione di morte, spingendo i suoi colleghi ad adottare criteri comuni per identificare la morte cerebrale.

L’eco dell’opera di Barnard fu tale presso l’opinione pubblica che, quando morì nel 2001 per un attacco d’asma, le principali testate riportarono la notizia di un attacco di cuore, ben sapendo quanto i lettori sarebbero rimasto affascinati dalla nemèsi del famoso chirurgo…