10 miti da sfatare sull’infertilità!

 [Image ‘The fertilization of an egg’-Maria Mellor; licensed under CC BY 2.0 ]

Pronti a sfatare qualche mito sull’infertilità?
Fatemi sapere nei commenti se anche voi pensavate fossero reali o se qualcuno di questi vi fosse stato proposto come tale!

#EuropeanFertilityWeek2019

  1. «Soltanto le coppie che non hanno mai avuto un/a bambino/a soffrono di infertilità».
    FALSO. La cosiddetta infertilità secondaria è persino più diffusa di quella primaria e si realizza proprio quando la difficoltà di concepire sia successiva ad una o più gravidanze portate a termine.
  2. «Rilassati: è tutto nella tua testa».
    FALSO. L’infertilità è una patologia o condizione che riguarda l’apparato riproduttivo. Simili parole spostano la responsabilità in capo alla coppia, o al singolo, che non possono invece controllare la situazione. Certamente una riduzione dello stress aumenta la qualità della vita, ma la diagnosi di infertilità e la complessità del percorso possono invece causare disagio e forme depressive da non sottovalutare.

    woman looking towards the sky

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  3. «Voi due lo fate nel modo sbagliato».
    FALSO. Sessualità e riproduzione sono state separate dall’avvento delle biotecnologie in vivo e in vitro già da 40 anni. Questo significa che un disturbo dell’apparato riproduttivo non dice nulla a riguardo della sfera sessuale dell’individuo o della coppia. La posizione e la durata del rapporto non hanno a che vedere con le chances di concepimento. Questa confusione è molto pericolosa, perché porta gli uomini a sentirsi poco virili, comportanto un rafforzamento del tabù e dello stigma sociale!
  4. «Tutti riescono ad avere bambini/e senza problemi».
    FALSO. 25 milioni di cittadini europei soffrono di infertilità, così come 1 coppia su 5 in Europa.
  5. «Nelle donne l’infertilità è più comune che negli uomini».
    FALSO. Si tratta di un pregiudizio con forti connotati sociali, retaggio di secoli di cultura pronatalista e biologista… cioè? Di secoli nei quali intere generazioni di donne sono state cresciute ed educate con l’idea che la loro unica realizzazione possibile fosse quella di procreare. E procreare prole biologicamente loro connessa. Questa impostazione è molto pericolosa, perché porta le donne a sentirsi guasteincompiute, private di un loro senso quando hanno difficoltà a concepire e così comportanto un rafforzamento del tabù e dello stigma sociale!

    broken heart love sad

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  6. «Il/la mio/a partner mi lascerà se non avremo un figlio/a».
    FALSO, o meglio, statisticamente non comprovato. Se da un lato un percorso di Procreazione medicalmente assistita (PMA) può porre a dura prova entrambi i membri della coppia, sia come individui, sia come coppia… dall’altro gli studi dimostrano che nella maggior parte dei casi questo percorso rafforza il legame con il/la partner. Infatti si innescano spesso meccanismi di cooperazione volti al raggiungimento di un medesimo, ardentemente desiderato, obiettivo.
  7. «Adotta un bambino e vedrai che rimarrai incinta».
    FALSO. Per quanto la serenità possa assistere un percorso di lotta all’infertilità, non esistono dati scientifici a supporto di un rapporto causale tra serenità e concepimento. Inoltre pensare all’adozione come mezzo per raggiungere uno scopo è svilente sia per la coppia, che per il/la bambino/a da adottare. Con o senza adozione, le coppie colpite dall’infertilità che non optino per dei trattamenti sanitari hanno circa il 5% di possibilità di concepire.
  8. «Il progresso medico-tecnologico ha esteso l’orologio biologico».
    FALSO. La scienza ha fornito e fornisce sempre di più delle proposte palliative rispetto all’incedere dell’età e all’esaurirsi del tempo fertile nella donna. Basti pensare alla possibilità di crioconservare gli ovociti anche in assenza di una specifica patologia, ma al solo fine di ritardare la maternità (non in tutti i Paesi è legale).
  9. «Le coppie che vogliono provare ad avere un bambino devono aspettare almeno un anno prima di rivogersi a un medico».
    FALSO. Per evitare di perdere tempo utile e, ancora prima, per essere consapevoli del proprio stato di salute riproduttiva sarebbe indispensabile richiedere gli esami preconcezionali per l’uomo e per la donna (gratuiti in Italia), nonché una visita  ginecologica (specialmente quanto la donna non sia solita sottoporsi a controlli di routine.

    bright cardiac cardiology care

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  10.  
  11. «Non riesci a rimanere incinta perché Dio non lo vuole».
    Falso” non è il termine corretto, per chi nutre una sincera fede. Il problema è quello di confondere il piano spirituale con quello medico, caricando di significati morali delle procedure mediche volte a intervenire sull’apparato riproduttivo. Si tratta di un’affermazione che catalizza enormemente il dolore delle coppie credenti.

 

Questo video di Fertility Europe mi è servito da spunto per pensare ad alcuni di questi miti:

Call to action per la Settimana europea della fertilità 2019

Per il quarto anno consecutivo, il network Fertility Europe organizza la Settimana europea della fertilità. Fertility Europe è la rete che racchiude le organizzazioni e le associazioni di pazienti interessati da patologie o condizioni connesse all’infertilità. Quest’anno la rete festeggia 10 anni, ma c’è ancora moltissima strada da percorrere!

Procediamo per punti: anche nella Call to action del 2019 si torna a ribadire l’importanza di coinvolgere, informare e sensibilizzare tutta la società sul tema delle difficoltà legate al concepimento di un bambino. A partire dalle famiglie dei pazienti, passando per i datori di lavoro, per giungere fino alle aule parlamentari.

«Dealing with infertility should not mean battling with stigma, or with lack of information. It should not mean a struggle accessing treatment or gathering the funds to make treatment possible. It should not mean fighting for recognition of basic human rights»

I tratti più caldi della lotta all’infertilità sono gli stessi di 41 anni fa, quando nacque la prima bambina concepita in vitro, Louise Brown. Linformazione in fatto di fertilità, così come l’educazione alla salute riproduttiva e sessuale, è senza dubbio diventata più accessibile, ma non certo diffusa su larga scala.

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Inoltre un ruolo fondamentale è ancora giocato dal tabù che circonda la difficoltà di concepire, creato e rafforzato dallo stigma sociale che vi si associa! Parlare di infertilità è complesso e il rischio è quello di finire con l’identificarsi con una diagnosi, per di più percepita (erroneamente) come una realtà di nicchia. La realtà è ben diversa: secondo Fertility Europe a soffrire di disturbi legati all’infertilità sono ben 25 milioni di cittadini europei. Nessuna nicchia quindi, bensì 1 coppia su 5!

Anche nei casi nei quali l’ambiente familiare, lavorativo e sociale sia il più empatico possibile, rimane la difficoltà di accesso ai trattamenti, molto spesso connotati da elevati costi. Problema non secondario dato che la salute riproduttiva rientra nel più ampio spettro del diritto alla salute, vale a dire un diritto fondamentale.

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Che cosa chiedono le associazioni di pazienti riunite in Fertility Europe?

  1. Il riconoscimento, in tutta l’Unione Europea, di un diritto a provare ad avere un bambino;
  2. La garanzia di accesso pari, equo e sicuro ai trattamenti per l’infertilità;,
  3. Lo stanziamento di fondi pubblici per questi trattamenti, di qualsiasi tipo essi siano;
  4. L’impegno del settore pubblico nel fornire una migliore informazione in materia di fertilità e infertilità,
  5. L’attuazione di campagne di comunicazione che mirino a rimuovere lo stigma associato all’infertilità.

Per iniziare un sano percorso di informazione e sensibilizzazione, si può partire dallo sfatare alcuni miti connessi al concepimento e alle prove che questo comporta. Ce ne occuperemo nei prossimi giorni!

Desiderio e generatività: intervento al KUM! Festival 2019

Sabato 19 ottobre, nella Sala delle Polveri della Mole Vanvitelliana ad Ancona ho partecipato a una Conversazione dal titolo
Desiderio e generatività. Il percorso che porta a diventare genitori“.
Le dottoresse Monica Grigio e Natascia Ranieri hanno condiviso con me il tavolo di lavoro, parlando di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

Di che cosa abbiamo parlato? Tantissimi temi e spunti di riflessione tra diverse discipline! Così ho deciso di semplificare e sintetizzare al massimo il mio contributo nelle prossime righe.

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Il punto di partenza è stata la considerazione per cui le tecniche di PMA, hanno separato radicalmente sessualità e riproduzione. Scontato? Probabilmente sì, ma se ci fate caso noterete come la nostra cultura non si sia del tutto appropriata di questa distinzione. Così come dell’idea che non esista un destino biologico tutto femminile: ancora oggi è diffusissima la concezione per cui una donna, per essere tale, debba essere madre. La nostra società porta le donne che hanno difficoltà a concepire a sentirsi guaste e gli uomini con le stesse difficoltà a sentirsi… poco virili! Sradicare queste convinzioni è molto più difficile di quanto si creda, anche se sul piano dei concetti sembrerebbe così semplice.

Successivamente mi sono soffermata a sottolineare come la famosa Legge 40 (legge 19 febbraio 2004, n. 40) fosse nata priva di fondamenti scientifici e come questo abbia dato vita a una condizione poco democratica. La Legge 40, infatti, integrava una specifica visione della famiglia e della genitorialità, derivata da una – sempre molto specifica – morale sessuale e familiare.

25378410261_0b6f0c3914_bRipercorse tutte le sentenze della Corte Costituzionale che hanno smantellato l’impianto della Legge 40, mi sono concentrata su quello che di tutti rimane il mio tema preferito: la PMA con dono di gameti (eterologa). In particolare ho cercato di mostrare come il vuoto normativo generato dalla sentenza 162/2014 della Corte (che ha cancellato il divieto di fecondazione eterologa) crei problemi non solo giuridici, ma anche morali. Si tratta dell’anonimato dei donatori e delle donatrici, del loro indennizzo vietato in in Italia, ma della realtà per cui i gameti (spermatozoi e ovociti) vengono acquistati all’estero.

Il risultato? Lunghe liste di attesa, difformità nell’accesso alla PMA nelle diverse Regioni del nostro Paese, costi non sempre sostenibili… che spingono le coppie a recarsi all’estero! Ho sostenuto anche in questa sede come non si debba parlare di “turismo riproduttivo“, ma di Cross Border Reproductive Care (CBRC), cioè cure transfrontaliere per la riproduzione. Il linguaggio e il lessico impiegati sono fondamentali e continuare a diffondere l’idea per cui le persone viaggino per piacere alla ricerca di cure di PMA è terribilmente fuorviante.

Infine ho affrontato qualche paragone con il sistema francese, dove l’Assemblée Nationale ha adottato il disegno di legge sulla riforma della bioetica (quindi non solo sulla PMA), che a inizio anno dovrà approvare anche il Senato.
Se nulla dovesse

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cambiare, dal 2020 in Francia le donne single e le coppie di donne accederanno alla PMA, sarà rimosso l’anonimato dei donatori e delle donatrici di gameti e le donne potranno crioconservare i propri ovociti anche senza ragioni mediche (per preservare la fertilità nel tempo).

 

E in Italia? Due disegni di legge giacciono depositati dal 2014 (d.d.l. 1630 e il d.d.l 1607), mentre uno nuovo è stato proposto nel giugno 2019 (C 1906)… i primi due risultano certamente più incisivi e imperniati su norme che prevedono a chiare letto il principio di laicità per la materia, mentre il terzo si concentra maggiormente sulla prevenzione, l’informazione e la sensibilizzazione sul tema.

Prossima tappa? Il World Bioethics Day di lunedì 21 ottobre!

 

 

 

 

Intervista alle autrici di ‘Storia di Cristallo di Neve’: raccontare la fecondazione eterologa ai bambini… e non solo!

Dei contenuti pubblicati finora su Penna Vagante,
questa intervista è indubbiamente uno di quelli cui tengo maggiormente.
Ho scoperto casualmente ‘Storia di Cristallo di Neve… non di cavoli, né di cicogne‘…
e grazie ai social ho potuto conoscere virtualmente le sue autrici!
Francesca Fiorentino è l’autrice dei testi, mentre Erica Lucchi l’illustratrice di questo albo sul tema della procreazione medicalmente assistita (PMA) e della fecondazione eterologa, edito da Valentina Edizioni.
[I colori impiegati per evidenziare i concetti sono opera di chi scrive, n.d.a.]

 

Iniziamo con una domanda scontata, ma essenziale: da dove è nata l’idea di questo libro?

Erica Lucchi (E.L.): L’idea di questo albo è nata da Francesca. Gabriela, una cara amica comune, mi ha chiesto se volevo improvvisarmi illustratrice per dare vita ad un albo illustrato per bambini che una sua cara amica, Francesca appunto, aveva abbozzato con un tema importante e delicato; l’albo si prende cura dei genitori che desiderano raccontare ed informare i loro piccoli riguardo le loro origini biologiche e che pensano sia importante farlo da subito, fin dalla tenera età. Francesca, aveva redatto una prima versione in forma di filastrocca. Mi innamorai subito della storia e delle sue finalità. Ho accettato con un pizzico di incoscienza! (Fino ad allora mi ero occupata esclusivamente di pittura!

Francesca Fiorentino (F.F.): Il libro nasce dalla mia storia personale. Ho avuto problemi di fertilità e dopo svariati tentativi di omologa mi fu consigliato di provare con l’eterologa. E’ stato un percorso molto lungo e importante che mi ha messo a confronto con me stessa, con i miei sogni, con i miei limiti e con i limiti della società in cui vivo (quando feci io l’eterologa in Italia era ancora vietato). E’ dunque un pezzo molto importante della mia biografia ma anche della biografia di mia figlia. Non volevo che andasse perso, desideravo che mia figlia potesse conoscere il sentiero che ci ha portato ad incontrarci. Così ho cominciato a immaginare un modo per raccontarglielo un giorno, un modo semplice e a “portata di bambino”. Mi è “uscito” il testo che conosci, a cui poi Erica ha affiancato le sue commoventi, ma anche divertenti, immagini. Insieme ci siamo proposte con questo progetto alle case editrici e Valentina Edizioni ci ha dato un tetto.

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Chiaramente ciascuno affronta diversamente un percorso di PMA, ma quanto pesano secondo voi da un lato il tabù dell’infertilità e dall’altro la questione di genere? Incide molto il costante riferimento alla biologia più cruda che vorrebbe ridurre le donne a macchine guaste e dipingere gli uomini come poco virili ?

E.L.: Certamente quando si verifica una difficoltà a concepire, ci si comincia a sentire progressivamente a disagio, ci si sente “sterili, improduttive”; lo ho provato sulla mia pelle quando prima di leggere “positivo” il test di gravidanza, sono passati 12 mesi. Ho provato più di tutto inquietudine. Il progetto comune di famiglia, come innegabile realizzazione del nostro amore era inarrivabile, come remare controcorrente, come andare contro natura …… il principio di tanti pensieri, difficili da affrontare per molte coppie. Io credo che la percezione di te stessa sia di “macchina guasta”, ma credo che provenga principalmente da noi, e certamente questo riguarda anche il partner di sesso opposto.

F.F.: Diceva una mia prof. di antropologia culturale “Non c’è niente di più culturale di ciò che riteniamo naturale!”. Il fattore biologico è intriso di cultura, sono elementi inscindibili, quantomeno nella sensibilità dell’Uomo comune. Quando io parlo di mestruazioni, riproduzione, fertilità, gravidanza, o financo depressione post parto, ad ogni parola profferita mi porto appresso millenni di cultura di genere. L’infertilità oggi si tiene nascosta e si, sicuramente per qualcuno rappresenta un elemento di “fallimento” rispetto alle attese di genere a cui per fisiologia è assegnato. D’altra parte anche una donna che decide di non avere figli è vista male mentre un uomo che compie la stessa scelta brilla per charme.

 

Passiamo al tema centrale del libro: raccontare la storia del loro concepimento a tutti i bimbi nati da PMA con dono di gameti, che in Italia ci ostiniamo a chiamare eterologa. Secondo me il riferimento costante all’ “etero”, quindi etimologicamente a qualcosa/qualcuno di estraneo alla coppia, rischia di creare una pericolosa confusione. Anche qui ritorna la riduzione alla biologia secondo cui sarebbero i geni a identificare i genitori e non l’amore, la cura, la vita condivisa… Pensate sia un rischio concreto o solo un vezzo accademico?

E.L.: Credo che la scienza, cioè gli studiosi, medici, ecc., talvolta non siano sufficientemente prudenti ad assegnare definizioni che, per la medicina sono semplicemente nomi con lo scopo di classificare problematiche o patologie, ma che le persone poi vestono come un abito. Possono, al contrario, creare confusione o persino avvilimento nell’inevitabile processo di identificazione del termine. In qualche caso è quindi il nome a determinare l’identità e non viceversa. Mi auguro che si possa in futuro fare più attenzione nella scelta della terminologia clinica e non solo. Riflettendo sul punto forse ora per la prima volta e penso che i bambini in primissima persona possano essere a percepirsi come estranei alla coppia di genitori o alla mamma. Per noi adulti forse è entrata nel linguaggio comune questa terminologia e forse si è svuotata della sua origine che però, analizzandola, sottolinea una sorta di separazione/sotto-categoria. L’amore e la cura dovrebbero essere il legame più profondo e indissolubile e questo andrebbe messo in evidenza, la scienza però si occupa di classificare sintomi tangibili e in questo se ne percepiscono i limiti. 

F.F.: Le parole costruiscono mondi. Noi abitiamo dentro le nostre narrazioni. Non è assolutamente un vezzo accademico ma qualcosa su cui riflettere. Quando il mio ginecologo mi propose l’eterologa mi disse “Dimmi: vuoi “un figlio che ti somigli” o “un figlio”? Per me la risposta fu chiara e lampante ma da quella bellissima domanda incominciai ad interrogarmi e ad ascoltare le teorie sull’essere genitori delle altre persone. Per la maggior parte il fattore genetico e di somiglianza è esiziale, e l’idea di ricevere una cellula da qualcuno è vista non come una risorsa ma come una disfatta personale che richiede percorsi di elaborazione lunghi anni, che a volte si concludono con la rinuncia ad avere un figlio o la scelta di tenere nascosta questa cosa….. Quindi credo che l’uso del termine “eterologa” in effetti sia lo specchio dei tempi, e che (per lo meno da noi in Italia) sia molto più facile accettare un rene o un cuore piuttosto che una cellula di dimensioni millesimali. La ragione? Diciamo che ho diverse idee ma sarebbe decisamente una bella ricerca da condurre! Peraltro una ministra italiana tempo fa parlò addirittura di “genitori biologici” riferendosi ai donatori…. Ho ancora i brividi al pensiero….

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Storia di cristallo di neve è un libro dalla bellezza disarmante, specialmente per la delicata semplicità con cui affronta il percorso a ostacoli (fisici e psichici) che è la PMA, partendo dal suo lieto fine: la nascita di una nuova vita… al quale raccontare la sua storia! La mia impressione è che raccontare questa storia ai bambini sia tanto più facile che spiegarla a un adulto. Siete d’accordo o vi sembra un’impressione sbagliata?

E.L.: Sono completamente in accordo! Inoltre, le favole hanno il potere enorme, la magia stupefacente di saper condurre il lettore là dove si vuole arrivare con semplicità disarmante. Hanno strumenti per affrontare temi scomodi e spinosi per gli adulti, ma estremamente limpidi per i bambini, come la nascita di una nuova vita, senza farsi fuorviare dalle infrastrutture, incertezze e timori degli adulti.

F.F.: Quando mia figlia mi ha chiesto come fosse nata (a 4 anni) le raccontai del taglio cesareo. “No mamma” rispose “non voglio sapere come sono nata in QUEL senso”. Capii che era arrivato il momento…. Gonfiai il petto come una cantante di lirica, inciampai nelle parole, ma mi ripresi subito vedendo con quanta naturalezza lei accogliesse la sua storia. Per i bambini è un dato di fatto non suscettibile di giudizio. Sfugge alle logiche dualistiche del bene vs male. I bambini nascono ANCHE così. Punto. Questo fatto è parte del suo “orizzonte degli eventi”. Sugli adulti invece gravano millenni di pregiudizi intrisi ahimè di cultura clericale e moralista.

 

Per me la PMA è diventata oggetto di studio e lavoro (ma anche una battaglia civile), perciò talvolta temo di non dare abbastanza spazio al lato umano, alla voce dei protagonisti di queste storie. Nel dibattito pubblico, poi, il tema è affrontato spesso con incompetenza e relativi pregiudizi. Sembra che la PMA sia il tripudio dell’artificio, dell’eugenismo e quindi dell’egoismo. Per questo credo che serva dare molta più eco alle voci dei protagonisti. Che cosa vorreste dire a chi si appresta ad affrontare una PMA con dono e magari patisce questo contesto o si sente solo/sola?

E.L.: Pregio e difetto della vita contemporanea è la condivisione; è abbastanza semplice e alla portata di tutti trovare persone o gruppi con cui condividere la propria storia secondo il proprio modo di viverla, diventando protagonista insieme ad altri nella storia della propria vita. Un tempo forse si rimaneva più isolati in situazioni analoghe.

F.F.: Dico che più se ne parla più si diventa “massa critica”. La legge 40 sta cadendo a colpi di ricorsi ad opera di coppie coraggiose, io ho scritto il libro e son felice quando posso parlarne, numerose sono le Onlus che danno sostegno a chi percorre la strada della PMA. Se penso a mia figlia non penso a cosa o chi vorrei che fosse ma al mondo che vorrei per lei. Se un domani dovesse scoprire di avere problemi di fertilità vorrei per lei un contesto solidale e non ghettizzante. Per ciò, per il suo futuro e per quello di tutti gli altri bambini, mi muovo come posso per permettere loro di compiere un domani le scelte che più desiderano senza sentirsi dei peccatori fuorilegge.

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Curiosità editoriale/personale: com’è nata la vostra collaborazione per realizzare testi e illustrazioni? Avete altri progetti comuni in realizzazione?

E.L.: Gabriela è mancata dopo qualche mese che il libro è uscito nelle librerie. L’amicizia e stima con Francesca in questo duplice percorso si è consolidata. Insieme abbiamo portato a termine un secondo progetto pubblicato nel novembre 2018 dalla collana “Lisolachecè” di Multimage dedicata alla promozione dei diritti dei bambini, “Se mi dici pollo fritto”, albo illustrato che racconta con leggerezza e ironia, il potere che le parole hanno nel dare forma alla realtà, e l’impatto che possono avere su ognuno di noi, mettendo a nudo la genesi dei processi di marginalizzazione e bullismo, offrendoci al contempo gli strumenti per interromperli. Un terzo progetto in cerca di casa editrice, tratta il tema scomodo dello smodato impiego della plastica e del suo impatto ambientale.

F.F.: Ho conosciuto Erica per il progetto di Cristallo di Neve. Mi fu presentata dalla mia più cara amica che da li a poco sarebbe morta di un brutto tumore. Credo che sia il lascito più bello e prezioso che abbia potuto farmi prima di andarsene. Erica ora non è solo un’artista appassionata con cui lavoro benissimo ma è anche e soprattutto la mia migliore amica. Da Cristallo di Neve è nata un’avventura editoriale che ha dato i natali a “Se mi dici pollo fritto” racconto anche questo per bimbi, che parla dell’importanza delle parole e del peso che hanno quando si pronunciano all’interno di una relazione, e un altro testo che parla dell’amicizia di una bambina e una balena morente che per ora ancora non ha trovato “casa”. Ma non demordiamo, ce la faremo a dare un tetto anche alla nostra balena!

 

 

 


Riferimenti:

– Francesca Fiorentino, Erica Lucchi, Storia di cristallo di neve… Non di cavoli, né di cicogne, Valentina Edizioni, 2015;

– Francesca Fiorentino, Erica Lucchi, Se mi dici pollo fritto, Ass. Multimage, coll. Lisolachecè, 2018.

 

Lo stupro come arma di guerra: perché la risoluzione ONU appena approvata è già stata indebolita?

Tra le accuse che più sovente vengono rivolte alle donne che militano e combattono per i propri diritti vi è quella di non essere mai contente.
Contente” nel senso etimologico più puro, dal latino “contentus”: pago, soddisfatto.
La realtà è che con altrettanta frequenza i diritti (non solo femminili) vengono depotenziati dalle fondamenta con quelle che vengono fatte apparire
come questioni di lana caprina.

L’esempio di oggi? La risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) in materia di violenza sessuale nel corso di conflitti. In particolare, la risoluzione ha come obiettivo quello di combattere lo stupro come arma di guerra. L’approvazione del documento è avvenuta con 13 voti favorevoli e 2 astenuti (Russia e Cina).

Di per sé la notizia dovrebbe rincuorare, per quanto i detrattori siano pronti a contestare come simili documenti finiscano con il rimanere per lo più programmatici e di poco impatto. Tuttavia negli scorsi giorni gli Stati Uniti avevano minacciato di porre il proprio veto sull’approvazione del documento. Perché? Perché i riferimenti agli “health services” (servizi sanitari) e alla “sexual and reproductive health” (salute sessuale e riproduttiva) avrebbero implicato inevitabilmente il ricorso all’interruzione di gravidanza per le donne vittime di stupro durante un conflitto. Implicazione che risulterebbe eticamente accettabile secondo i più e secondo chi scrive, ma che per gli Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze inaccettabili.

L’avvocata per i diritti umani Amal Clooney, ha sottolineato al Consiglio di Sicurezza come gli Stati chiamati a votare

“debbano la risoluzione alle migliaia di donne e ragazze che hanno guardato i membri dell’ISIS radersi via le barbe e tornare alle loro routine di vita mentre le vittime non potranno mai farlo”

(qui trovate il video). L’avvocata ha parlato in rappresentanza delle vittime yazide di stupri perpetrati come armi di guerra, spronando a mantenere intatto il riferimento alla salute sessuale e riproduttiva. Insieme a lei si erano schierati anche i Nobel per la pace Nadia Murad e Denis Mutwege, durante una riunione tenutasi con il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres. Quest’ultimo si era schierato apertamente affinché

“la risposta globale [allo stupro come arma di guerra] [dovesse] garantire la punizione degli autori e il sostegno completo ai sopravvissuti”.

Tuttavia ciò non è bastato.
La risoluzione è effettivamente stata approvata, ma ogni riferimento ai “servizi sanitari”, nonché alla “salute sessuale e riproduttiva” delle donne vittime di stupro in conflitto è stato rimosso. Gli Stati Uniti hanno dunque riportato un’effettiva vittoria, indebolendo notevolmente il portato della risoluzione. In questo modo il documento risulta del tutto depotenziato, non garantendo alle vittime di stupro il ricorso all’interruzione di gravidanza. Inoltre la risoluzione risultava già privata della parte relativa all’istituzione di un nuovo meccanismo di monitoraggio e vigilanza delle violenze sessuali durante i conflitti. Parte rimossa a causa della posizione contraria non solo degli Stati Uniti, ma anche della Russia e della Cina.

Appare assurdo pensare dunque di tutelare le vittime di violenza sessuale durante un conflitto, senza poter garantire al contempo debite cure mediche in ambito sessuale e riproduttivo, specialmente si si considera con lucida attenzione come le vittime siano spesso oggetto di atroci mutilazioni, oltre che di aggressioni fisiche e psicologiche. Anche oggi, pertanto, non ci si può ritenete contenti, soddisfatti da uno strumento che avrebbe potuto offrire tutele, ma che appare fortemente depotenziato e non in grado di assicurare anche solo in parte di ristorare la salute di chi è stato o stata vittima di violenze sessuali durante una fase di guerra.

Per essere contenti e contente, servirebbe ben altro…

Gestazione per Altri: che cosa ha detto davvero la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo?

Come spesso accade quando si ha a che fare con temi scottanti sul piano morale o etico, le pronunce di organi di giustizia tendono a essere enfatizzate oltre ai loro reali limiti. In questo caso il riferimento va alla notizia, riportata dalle maggiori testate nazionali, secondo cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) avrebbe “stabilito il diritto” per i genitori d’intenzione di vedersi riconoscere un legame di filiazione verso il bambino nato all’estero da una gestante, da una “madre surrogata”. Non solo, ciò sarebbe avvenuto in una storica “pronuncia”.

Innanzitutto la Corte EDU ha pubblicato il solo comunicato stampa di quello che sarà un parere e non una sentenza. Si tratta di un elemento fondamentale, dato che la Corte ha esecritato proprio in questa occasione la sua nuovissima funzione consultiva. Una funzione prevista da Protocollo addizionale n. 16, entrato in vigore il 1° agosto 2018. In sintesi, dall’estate scorsa è possibile per le corti nazionali richiedere alla Corte Edu pareri in merito a questioni di principio riguardanti l’interpretazione o l’applicazione dei diritti e delle libertà stabiliti nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo… mentre la causa nazionale è ancora pendente davanti alla corte richiedente.

Al di là di questa parentesi più tecnica, quale Paese ha  depositato la prima richiesta di parere? È stata la Corte di Cassazione francese, con l’Arrêt n. 638 du 5 octobre 2018, in riferimento a un noto caso di Gestazione per Altri (GPA), riguardante la famiglia Mennesson. Un caso durato 15 anni e dai risvolti giudiziari molto complessi, al quale dedicherò un articolo a parte!

Per tornare alla notizia un po’ travisata, la Corte EDU ha dunque esposto nel comunicato stampa le proprie posizioni circa le due questioni sollevate dalla Corte di Cassazione francese. Quest’ultima ha posto le domande rispetto ai casi nei quali un bambino nato da GPA all’estero si veda riconosciuto il legame di filiazione con il padre d’intenzione (per cui ci sia un legame genetico tra padre e figlio), ma dall’altro sia stato concepito da una donatrice di gameti. In queste circostanze la Corte di Cassazione ha chiesto se:

  1. il diritto al rispetto della vita privata (art. 8 della CEDU) del bambino implichi che sia riconosciuto anche il legame di filiazione con la madre d’intenzione, in qualità di madre legale... e la Corte EDU ha risposto in senso positivo.
  2. il diritto al rispetto della vita privata del bambino permetta di riconoscere il legame di filiazione con la madre legale attraverso l’adozione del bambino e non con la trascrizione diretta dell’atto di nascita formato all’estero.. e la Corte EDU ritiene che il diritto del bambino possa essere tutelato anche attraverso l’adozione!

Questo significa che no, la Corte EDU non ha sancito e creato un nuovo diritto attraverso una sentenza (cosa per altro impossibile)! La Corte non apre in alcun modo al diffondersi della pratica della GPA in modo incondizionato in Europa, ma si limita a valutare l’impatto di determinate norme nazionali sullo stato di salute dei diritti di un bambino nato da GPA all’estero. In ogni caso, per approfondire le ragioni della Corte sarà necessario attendere la pubblicazione del parere nella sua integralità… anche nell’attesa di scoprire la forma definitiva della riforma delle leggi di bioetica in Francia!

‘The Handmaid’s Tale’: il fumetto. Recensione per grandi appassionati e primi lettori.

‘The Handmaid’s Tale’ (‘Il Racconto dell’Ancella’) è il prodotto della penna a dir poco geniale di Margaret Atwood. La Atwood, poetessa e scrittrice di origine canadese, ha all’attivo quasi più di 60 creazioni letterarie di diverso genere, incluse la saggistica e la letteratura per bambini.

The Handmaid’s Tale” è senza dubbio la sua creazione che negli ultimi anni ha riscosso più successo, complice anche la produzione dell’omonima serie TV a opera di Netflix. Personalmente sono rimasta piuttosto scettica verso la serie e il romanzo per molto tempo. L’enorme clamore suscitato mi dava la percezione che potesse trattarsi di prodotto letterario fondato su slogan e ideologizzazioni. Poi, l’estate scorsa mi sono infine decisa a prendere il mano il libro, in versione inglese, e tutte le mie perplessità si sono sgretolate nell’arco di un pomeriggio e una sera di alacre lettura.

Si tratta di un romanzo distopico, ambientato in una teocrazia totalitaria insediatasi 640px-Margaret-Atwood-Handmaids-Tale-Folio-Society.jpgdopo aver rovesciato la democrazia statunitense. La Terra è distrutta dall’inquinamento in ogni forma e la popolazione non cresce più. Il cuore pulsante della teocrazia di Gilead (Galaad nell’edizione italiana) è la fertilità. La società è fortemente gerarchizzata e in cima alla piramide si trovano i Comandanti, gerarchi della Repubblica di Gilead, che si fondano sul precetto biblico (Genesi 30, 1-4) per cui i mariti possono avere rapporti sessuali cone le proprie serve per generare figli, quando le mogli siano sterili, allo scopo di dotarsi di Ancelle fertili. Le Ancelle si trovano dunque in uno stato di assoluto asservimento, autorizzate esclusivamente a offrirsi ai Comandanti per riuscire a procreare. I nati da queste unioni sono destianti a divenire figli dei Comandanti e delle loro Mogli, rinviando l’Ancella a una nuova destinazione fintanto che sia fertile.

Oltre al romanzo originale, pubblicato nel 1985 in Canada e arrivato nel 1988 in Italia, e alla serie TV prodotta da Netflix… il 26 marzo 2019 è stato pubblicato il fumetto ispirato al racconto di Margaret Atwood!

L’autrice delle illustrazioni è Renee Nault (qui trovate il suo sito),Photo 11-04-2019 23 32 43 illustratrice canadese dall’indiscusso talento, il cui tratto tipico è un mix di illustrazioni a inchiostro e acquarelli dai toni molto vividi.

Mi perdoneranno gli artisti per la genericità della descrizione, ma qui potete osservare un esempio tratto proprio dal graphic novel.

Il fumetto segue strettamente lo sviluppo del romanzo, a differenza di quanto è avvenuto per la ​serie TV.  A questo proposito Renee Nault ha dichiarato di aver evitato non solo di guardare la serie, ma anche il film realizzato negli anni ’90, per non venire influenzata nella realizzazione dei disegni. Ciò anche in relazione al fatto che il lavoro di trasposizione grafica della Nault è iniziato prima della messa in onda della serie.

L’adattamento del romanzo al fumetto è senza dubbio un’operazione più complessa di quella rivolta agli schermi televisivi. Il pubblico al quale si rivolge la trasposizione grafica è senza dubbio più selezionato e attento, così le critiche non sono mancate specialmente in relazione alla delicatezza delle illustrazioni rispetto all’abbigliamento dei personaggi. Per quanto mi riguarda questa ricercatezza (per cui gli abiti delle Ancelle risultano voluminosi invece che infeltriti e castigati) affonda invece le unghie nella carne viva della storia. Vi è un’apparente, noncé solidissima, serenità nella Repubblica di Gilead. Un’apparenza che cela sotto di sé il dramma più antico dell’umanità per quanto concerne la condizione femminile: la capacità di generare nuovi individui. Un dramma che si declina in decine di modalità: l’incapacità di concepire, quella di farlo e pertanto essere sfruttate, ma anche la condanna morale per le scelte riproduttive compiute prima dell’avvento dela teocrazia.

Non solo, perché all’illustratrice viene contestata la quasi assenza di persone afroamericane. Questa è però una critica derivata dalla mancata lettura del romanzo originale, nel quale la Atwood specifica come le persone di colore siano state rinviate in alcune aree del Midwest, in un’ottica simile a quella dell’apartheid sudafricano. Dato invece modificato nella serie TV.

Il fumetto è un’opera completa in grado di introdurre nuovi lettori al mondo creato da Margaret Atwood, ma anche di fidelizzare gli interessati rimasti più tiepidi rispetto alla serie TV… nonché di soddisfare i veri appassionati!

Nel fumetto troverete una terza dimensione della storia di Margaret Atwood, più onirica e ancora più vivida di quella del romanzo, ma soprattutto più cruda di quella della serie TV. Per ora è ordinabile online o presso alcune librerie nella versione inglese, attualmente l’unica disponibile. Online non si trovano notizie circa future traduzioni, ma visto lo straordinario successo dell’opera è abbastanza sicuro che non tarderanno ad arrivare!

Oggi esce ‘Una merce molto pregiata’: breve recensione per una favola ambientata al tempo della Shoah.

IBS.it mi ha offerto la possibilità di ricevere
in anteprima ‘Una merce molto pregiata‘,
il più recente lavoro di Jean-Claude Grumberg,
in uscita oggi per Guanda editore.

Grumberg è autore di una trentina di opere teatrali, nonché applaudito sceneggiatore che ha collaborato con Truffaut e Costa-Gavras, vincendo numerosi  premi molto prestigiosi. Nella veste di scrittore, già nel 2003 aveva esordito con l’autobiografia ‘Mon père. Inventaire‘, nella quale raccontava la tragedia che ha segnato la sua esistenza. Il padre e i nonni furono infatti vittime di un rastrellamento nel 1942 a Parigi, dalla quale furono deportati prima al Camp de Drancy e poi ad Auschwitz (convoglio n. 49 del 2 marzo 1943), senza mai fare ritorno. Jean-Claude e il fratello vennero quindi condotti alla Maison des enfants de Moissac, rifugio che protesse quasi 500 tra neonati, bamnini e adolescenti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

‘Una merce molto pregiata’ è a tutti gli effetti una favola, un racconto breve, ma dalla straordinaria intensità morale ed emozionale. Ma non solo, perché il cuore della vicenda riguarda il ruolo dei genitori, delle persone che mettono al mondo ai figli, di quelle che non vi riescono ma amano incondizionatamente, spesso dopo aver sofferto molto per quella mancanza.

Certo, di tutte le riflessioni contemporanee sulla maternità, sull’infertilità e sulla relazione tra scienza e diritto in questo libro non troverete delle precise eco… tutt’al più dovrete provare, se vorrete, a decodificare alcune metafore per poi re-interpretarle. Dovrete spostare il vostro punto di visuale accettando di abbandonare i pre-giudizi (in senso neutro) e ponendovi delle domande su quelle che potrebbero essere le vostre scelte se posti davanti al medesimo dilemma morale che coinvolge i protagonisti. Perché se il contesto del racconto è quello dell’orrore della Shoah, un’attenta, quanto delicata, trasposizione di certi elementi sarà possibile anche verso altre epoche storiche.

Vi verrà facile operare questa lettura, proprio perché si tratta di una favola, un racconto che con semplicità disarmante pone i lettori di fronte alla verità morale, o quanto meno agli interrrogativi che ne sono alla base…


 

– Titolo originale dell’opera: ‘La Plus Précieuse des marchandises’
– ‘Una merce molto pregiata’, Guanda editore, 112 pp., 18/04/2019