Intervista alle autrici di ‘Storia di Cristallo di Neve’: raccontare la fecondazione eterologa ai bambini… e non solo!

Dei contenuti pubblicati finora su Penna Vagante,
questa intervista è indubbiamente uno di quelli cui tengo maggiormente.
Ho scoperto casualmente ‘Storia di Cristallo di Neve… non di cavoli, né di cicogne‘…
e grazie ai social ho potuto conoscere virtualmente le sue autrici!
Francesca Fiorentino è l’autrice dei testi, mentre Erica Lucchi l’illustratrice di questo albo sul tema della procreazione medicalmente assistita (PMA) e della fecondazione eterologa, edito da Valentina Edizioni.
[I colori impiegati per evidenziare i concetti sono opera di chi scrive, n.d.a.]

 

Iniziamo con una domanda scontata, ma essenziale: da dove è nata l’idea di questo libro?

Erica Lucchi (E.L.): L’idea di questo albo è nata da Francesca. Gabriela, una cara amica comune, mi ha chiesto se volevo improvvisarmi illustratrice per dare vita ad un albo illustrato per bambini che una sua cara amica, Francesca appunto, aveva abbozzato con un tema importante e delicato; l’albo si prende cura dei genitori che desiderano raccontare ed informare i loro piccoli riguardo le loro origini biologiche e che pensano sia importante farlo da subito, fin dalla tenera età. Francesca, aveva redatto una prima versione in forma di filastrocca. Mi innamorai subito della storia e delle sue finalità. Ho accettato con un pizzico di incoscienza! (Fino ad allora mi ero occupata esclusivamente di pittura!

Francesca Fiorentino (F.F.): Il libro nasce dalla mia storia personale. Ho avuto problemi di fertilità e dopo svariati tentativi di omologa mi fu consigliato di provare con l’eterologa. E’ stato un percorso molto lungo e importante che mi ha messo a confronto con me stessa, con i miei sogni, con i miei limiti e con i limiti della società in cui vivo (quando feci io l’eterologa in Italia era ancora vietato). E’ dunque un pezzo molto importante della mia biografia ma anche della biografia di mia figlia. Non volevo che andasse perso, desideravo che mia figlia potesse conoscere il sentiero che ci ha portato ad incontrarci. Così ho cominciato a immaginare un modo per raccontarglielo un giorno, un modo semplice e a “portata di bambino”. Mi è “uscito” il testo che conosci, a cui poi Erica ha affiancato le sue commoventi, ma anche divertenti, immagini. Insieme ci siamo proposte con questo progetto alle case editrici e Valentina Edizioni ci ha dato un tetto.

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Chiaramente ciascuno affronta diversamente un percorso di PMA, ma quanto pesano secondo voi da un lato il tabù dell’infertilità e dall’altro la questione di genere? Incide molto il costante riferimento alla biologia più cruda che vorrebbe ridurre le donne a macchine guaste e dipingere gli uomini come poco virili ?

E.L.: Certamente quando si verifica una difficoltà a concepire, ci si comincia a sentire progressivamente a disagio, ci si sente “sterili, improduttive”; lo ho provato sulla mia pelle quando prima di leggere “positivo” il test di gravidanza, sono passati 12 mesi. Ho provato più di tutto inquietudine. Il progetto comune di famiglia, come innegabile realizzazione del nostro amore era inarrivabile, come remare controcorrente, come andare contro natura …… il principio di tanti pensieri, difficili da affrontare per molte coppie. Io credo che la percezione di te stessa sia di “macchina guasta”, ma credo che provenga principalmente da noi, e certamente questo riguarda anche il partner di sesso opposto.

F.F.: Diceva una mia prof. di antropologia culturale “Non c’è niente di più culturale di ciò che riteniamo naturale!”. Il fattore biologico è intriso di cultura, sono elementi inscindibili, quantomeno nella sensibilità dell’Uomo comune. Quando io parlo di mestruazioni, riproduzione, fertilità, gravidanza, o financo depressione post parto, ad ogni parola profferita mi porto appresso millenni di cultura di genere. L’infertilità oggi si tiene nascosta e si, sicuramente per qualcuno rappresenta un elemento di “fallimento” rispetto alle attese di genere a cui per fisiologia è assegnato. D’altra parte anche una donna che decide di non avere figli è vista male mentre un uomo che compie la stessa scelta brilla per charme.

 

Passiamo al tema centrale del libro: raccontare la storia del loro concepimento a tutti i bimbi nati da PMA con dono di gameti, che in Italia ci ostiniamo a chiamare eterologa. Secondo me il riferimento costante all’ “etero”, quindi etimologicamente a qualcosa/qualcuno di estraneo alla coppia, rischia di creare una pericolosa confusione. Anche qui ritorna la riduzione alla biologia secondo cui sarebbero i geni a identificare i genitori e non l’amore, la cura, la vita condivisa… Pensate sia un rischio concreto o solo un vezzo accademico?

E.L.: Credo che la scienza, cioè gli studiosi, medici, ecc., talvolta non siano sufficientemente prudenti ad assegnare definizioni che, per la medicina sono semplicemente nomi con lo scopo di classificare problematiche o patologie, ma che le persone poi vestono come un abito. Possono, al contrario, creare confusione o persino avvilimento nell’inevitabile processo di identificazione del termine. In qualche caso è quindi il nome a determinare l’identità e non viceversa. Mi auguro che si possa in futuro fare più attenzione nella scelta della terminologia clinica e non solo. Riflettendo sul punto forse ora per la prima volta e penso che i bambini in primissima persona possano essere a percepirsi come estranei alla coppia di genitori o alla mamma. Per noi adulti forse è entrata nel linguaggio comune questa terminologia e forse si è svuotata della sua origine che però, analizzandola, sottolinea una sorta di separazione/sotto-categoria. L’amore e la cura dovrebbero essere il legame più profondo e indissolubile e questo andrebbe messo in evidenza, la scienza però si occupa di classificare sintomi tangibili e in questo se ne percepiscono i limiti. 

F.F.: Le parole costruiscono mondi. Noi abitiamo dentro le nostre narrazioni. Non è assolutamente un vezzo accademico ma qualcosa su cui riflettere. Quando il mio ginecologo mi propose l’eterologa mi disse “Dimmi: vuoi “un figlio che ti somigli” o “un figlio”? Per me la risposta fu chiara e lampante ma da quella bellissima domanda incominciai ad interrogarmi e ad ascoltare le teorie sull’essere genitori delle altre persone. Per la maggior parte il fattore genetico e di somiglianza è esiziale, e l’idea di ricevere una cellula da qualcuno è vista non come una risorsa ma come una disfatta personale che richiede percorsi di elaborazione lunghi anni, che a volte si concludono con la rinuncia ad avere un figlio o la scelta di tenere nascosta questa cosa….. Quindi credo che l’uso del termine “eterologa” in effetti sia lo specchio dei tempi, e che (per lo meno da noi in Italia) sia molto più facile accettare un rene o un cuore piuttosto che una cellula di dimensioni millesimali. La ragione? Diciamo che ho diverse idee ma sarebbe decisamente una bella ricerca da condurre! Peraltro una ministra italiana tempo fa parlò addirittura di “genitori biologici” riferendosi ai donatori…. Ho ancora i brividi al pensiero….

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Storia di cristallo di neve è un libro dalla bellezza disarmante, specialmente per la delicata semplicità con cui affronta il percorso a ostacoli (fisici e psichici) che è la PMA, partendo dal suo lieto fine: la nascita di una nuova vita… al quale raccontare la sua storia! La mia impressione è che raccontare questa storia ai bambini sia tanto più facile che spiegarla a un adulto. Siete d’accordo o vi sembra un’impressione sbagliata?

E.L.: Sono completamente in accordo! Inoltre, le favole hanno il potere enorme, la magia stupefacente di saper condurre il lettore là dove si vuole arrivare con semplicità disarmante. Hanno strumenti per affrontare temi scomodi e spinosi per gli adulti, ma estremamente limpidi per i bambini, come la nascita di una nuova vita, senza farsi fuorviare dalle infrastrutture, incertezze e timori degli adulti.

F.F.: Quando mia figlia mi ha chiesto come fosse nata (a 4 anni) le raccontai del taglio cesareo. “No mamma” rispose “non voglio sapere come sono nata in QUEL senso”. Capii che era arrivato il momento…. Gonfiai il petto come una cantante di lirica, inciampai nelle parole, ma mi ripresi subito vedendo con quanta naturalezza lei accogliesse la sua storia. Per i bambini è un dato di fatto non suscettibile di giudizio. Sfugge alle logiche dualistiche del bene vs male. I bambini nascono ANCHE così. Punto. Questo fatto è parte del suo “orizzonte degli eventi”. Sugli adulti invece gravano millenni di pregiudizi intrisi ahimè di cultura clericale e moralista.

 

Per me la PMA è diventata oggetto di studio e lavoro (ma anche una battaglia civile), perciò talvolta temo di non dare abbastanza spazio al lato umano, alla voce dei protagonisti di queste storie. Nel dibattito pubblico, poi, il tema è affrontato spesso con incompetenza e relativi pregiudizi. Sembra che la PMA sia il tripudio dell’artificio, dell’eugenismo e quindi dell’egoismo. Per questo credo che serva dare molta più eco alle voci dei protagonisti. Che cosa vorreste dire a chi si appresta ad affrontare una PMA con dono e magari patisce questo contesto o si sente solo/sola?

E.L.: Pregio e difetto della vita contemporanea è la condivisione; è abbastanza semplice e alla portata di tutti trovare persone o gruppi con cui condividere la propria storia secondo il proprio modo di viverla, diventando protagonista insieme ad altri nella storia della propria vita. Un tempo forse si rimaneva più isolati in situazioni analoghe.

F.F.: Dico che più se ne parla più si diventa “massa critica”. La legge 40 sta cadendo a colpi di ricorsi ad opera di coppie coraggiose, io ho scritto il libro e son felice quando posso parlarne, numerose sono le Onlus che danno sostegno a chi percorre la strada della PMA. Se penso a mia figlia non penso a cosa o chi vorrei che fosse ma al mondo che vorrei per lei. Se un domani dovesse scoprire di avere problemi di fertilità vorrei per lei un contesto solidale e non ghettizzante. Per ciò, per il suo futuro e per quello di tutti gli altri bambini, mi muovo come posso per permettere loro di compiere un domani le scelte che più desiderano senza sentirsi dei peccatori fuorilegge.

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Curiosità editoriale/personale: com’è nata la vostra collaborazione per realizzare testi e illustrazioni? Avete altri progetti comuni in realizzazione?

E.L.: Gabriela è mancata dopo qualche mese che il libro è uscito nelle librerie. L’amicizia e stima con Francesca in questo duplice percorso si è consolidata. Insieme abbiamo portato a termine un secondo progetto pubblicato nel novembre 2018 dalla collana “Lisolachecè” di Multimage dedicata alla promozione dei diritti dei bambini, “Se mi dici pollo fritto”, albo illustrato che racconta con leggerezza e ironia, il potere che le parole hanno nel dare forma alla realtà, e l’impatto che possono avere su ognuno di noi, mettendo a nudo la genesi dei processi di marginalizzazione e bullismo, offrendoci al contempo gli strumenti per interromperli. Un terzo progetto in cerca di casa editrice, tratta il tema scomodo dello smodato impiego della plastica e del suo impatto ambientale.

F.F.: Ho conosciuto Erica per il progetto di Cristallo di Neve. Mi fu presentata dalla mia più cara amica che da li a poco sarebbe morta di un brutto tumore. Credo che sia il lascito più bello e prezioso che abbia potuto farmi prima di andarsene. Erica ora non è solo un’artista appassionata con cui lavoro benissimo ma è anche e soprattutto la mia migliore amica. Da Cristallo di Neve è nata un’avventura editoriale che ha dato i natali a “Se mi dici pollo fritto” racconto anche questo per bimbi, che parla dell’importanza delle parole e del peso che hanno quando si pronunciano all’interno di una relazione, e un altro testo che parla dell’amicizia di una bambina e una balena morente che per ora ancora non ha trovato “casa”. Ma non demordiamo, ce la faremo a dare un tetto anche alla nostra balena!

 

 

 


Riferimenti:

– Francesca Fiorentino, Erica Lucchi, Storia di cristallo di neve… Non di cavoli, né di cicogne, Valentina Edizioni, 2015;

– Francesca Fiorentino, Erica Lucchi, Se mi dici pollo fritto, Ass. Multimage, coll. Lisolachecè, 2018.

 

Lo stupro come arma di guerra: perché la risoluzione ONU appena approvata è già stata indebolita?

Tra le accuse che più sovente vengono rivolte alle donne che militano e combattono per i propri diritti vi è quella di non essere mai contente.
Contente” nel senso etimologico più puro, dal latino “contentus”: pago, soddisfatto.
La realtà è che con altrettanta frequenza i diritti (non solo femminili) vengono depotenziati dalle fondamenta con quelle che vengono fatte apparire
come questioni di lana caprina.

L’esempio di oggi? La risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) in materia di violenza sessuale nel corso di conflitti. In particolare, la risoluzione ha come obiettivo quello di combattere lo stupro come arma di guerra. L’approvazione del documento è avvenuta con 13 voti favorevoli e 2 astenuti (Russia e Cina).

Di per sé la notizia dovrebbe rincuorare, per quanto i detrattori siano pronti a contestare come simili documenti finiscano con il rimanere per lo più programmatici e di poco impatto. Tuttavia negli scorsi giorni gli Stati Uniti avevano minacciato di porre il proprio veto sull’approvazione del documento. Perché? Perché i riferimenti agli “health services” (servizi sanitari) e alla “sexual and reproductive health” (salute sessuale e riproduttiva) avrebbero implicato inevitabilmente il ricorso all’interruzione di gravidanza per le donne vittime di stupro durante un conflitto. Implicazione che risulterebbe eticamente accettabile secondo i più e secondo chi scrive, ma che per gli Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze inaccettabili.

L’avvocata per i diritti umani Amal Clooney, ha sottolineato al Consiglio di Sicurezza come gli Stati chiamati a votare

“debbano la risoluzione alle migliaia di donne e ragazze che hanno guardato i membri dell’ISIS radersi via le barbe e tornare alle loro routine di vita mentre le vittime non potranno mai farlo”

(qui trovate il video). L’avvocata ha parlato in rappresentanza delle vittime yazide di stupri perpetrati come armi di guerra, spronando a mantenere intatto il riferimento alla salute sessuale e riproduttiva. Insieme a lei si erano schierati anche i Nobel per la pace Nadia Murad e Denis Mutwege, durante una riunione tenutasi con il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres. Quest’ultimo si era schierato apertamente affinché

“la risposta globale [allo stupro come arma di guerra] [dovesse] garantire la punizione degli autori e il sostegno completo ai sopravvissuti”.

Tuttavia ciò non è bastato.
La risoluzione è effettivamente stata approvata, ma ogni riferimento ai “servizi sanitari”, nonché alla “salute sessuale e riproduttiva” delle donne vittime di stupro in conflitto è stato rimosso. Gli Stati Uniti hanno dunque riportato un’effettiva vittoria, indebolendo notevolmente il portato della risoluzione. In questo modo il documento risulta del tutto depotenziato, non garantendo alle vittime di stupro il ricorso all’interruzione di gravidanza. Inoltre la risoluzione risultava già privata della parte relativa all’istituzione di un nuovo meccanismo di monitoraggio e vigilanza delle violenze sessuali durante i conflitti. Parte rimossa a causa della posizione contraria non solo degli Stati Uniti, ma anche della Russia e della Cina.

Appare assurdo pensare dunque di tutelare le vittime di violenza sessuale durante un conflitto, senza poter garantire al contempo debite cure mediche in ambito sessuale e riproduttivo, specialmente si si considera con lucida attenzione come le vittime siano spesso oggetto di atroci mutilazioni, oltre che di aggressioni fisiche e psicologiche. Anche oggi, pertanto, non ci si può ritenete contenti, soddisfatti da uno strumento che avrebbe potuto offrire tutele, ma che appare fortemente depotenziato e non in grado di assicurare anche solo in parte di ristorare la salute di chi è stato o stata vittima di violenze sessuali durante una fase di guerra.

Per essere contenti e contente, servirebbe ben altro…

Gestazione per Altri: che cosa ha detto davvero la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo?

Come spesso accade quando si ha a che fare con temi scottanti sul piano morale o etico, le pronunce di organi di giustizia tendono a essere enfatizzate oltre ai loro reali limiti. In questo caso il riferimento va alla notizia, riportata dalle maggiori testate nazionali, secondo cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) avrebbe “stabilito il diritto” per i genitori d’intenzione di vedersi riconoscere un legame di filiazione verso il bambino nato all’estero da una gestante, da una “madre surrogata”. Non solo, ciò sarebbe avvenuto in una storica “pronuncia”.

Innanzitutto la Corte EDU ha pubblicato il solo comunicato stampa di quello che sarà un parere e non una sentenza. Si tratta di un elemento fondamentale, dato che la Corte ha esecritato proprio in questa occasione la sua nuovissima funzione consultiva. Una funzione prevista da Protocollo addizionale n. 16, entrato in vigore il 1° agosto 2018. In sintesi, dall’estate scorsa è possibile per le corti nazionali richiedere alla Corte Edu pareri in merito a questioni di principio riguardanti l’interpretazione o l’applicazione dei diritti e delle libertà stabiliti nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo… mentre la causa nazionale è ancora pendente davanti alla corte richiedente.

Al di là di questa parentesi più tecnica, quale Paese ha  depositato la prima richiesta di parere? È stata la Corte di Cassazione francese, con l’Arrêt n. 638 du 5 octobre 2018, in riferimento a un noto caso di Gestazione per Altri (GPA), riguardante la famiglia Mennesson. Un caso durato 15 anni e dai risvolti giudiziari molto complessi, al quale dedicherò un articolo a parte!

Per tornare alla notizia un po’ travisata, la Corte EDU ha dunque esposto nel comunicato stampa le proprie posizioni circa le due questioni sollevate dalla Corte di Cassazione francese. Quest’ultima ha posto le domande rispetto ai casi nei quali un bambino nato da GPA all’estero si veda riconosciuto il legame di filiazione con il padre d’intenzione (per cui ci sia un legame genetico tra padre e figlio), ma dall’altro sia stato concepito da una donatrice di gameti. In queste circostanze la Corte di Cassazione ha chiesto se:

  1. il diritto al rispetto della vita privata (art. 8 della CEDU) del bambino implichi che sia riconosciuto anche il legame di filiazione con la madre d’intenzione, in qualità di madre legale... e la Corte EDU ha risposto in senso positivo.
  2. il diritto al rispetto della vita privata del bambino permetta di riconoscere il legame di filiazione con la madre legale attraverso l’adozione del bambino e non con la trascrizione diretta dell’atto di nascita formato all’estero.. e la Corte EDU ritiene che il diritto del bambino possa essere tutelato anche attraverso l’adozione!

Questo significa che no, la Corte EDU non ha sancito e creato un nuovo diritto attraverso una sentenza (cosa per altro impossibile)! La Corte non apre in alcun modo al diffondersi della pratica della GPA in modo incondizionato in Europa, ma si limita a valutare l’impatto di determinate norme nazionali sullo stato di salute dei diritti di un bambino nato da GPA all’estero. In ogni caso, per approfondire le ragioni della Corte sarà necessario attendere la pubblicazione del parere nella sua integralità… anche nell’attesa di scoprire la forma definitiva della riforma delle leggi di bioetica in Francia!

‘The Handmaid’s Tale’: il fumetto. Recensione per grandi appassionati e primi lettori.

‘The Handmaid’s Tale’ (‘Il Racconto dell’Ancella’) è il prodotto della penna a dir poco geniale di Margaret Atwood. La Atwood, poetessa e scrittrice di origine canadese, ha all’attivo quasi più di 60 creazioni letterarie di diverso genere, incluse la saggistica e la letteratura per bambini.

The Handmaid’s Tale” è senza dubbio la sua creazione che negli ultimi anni ha riscosso più successo, complice anche la produzione dell’omonima serie TV a opera di Netflix. Personalmente sono rimasta piuttosto scettica verso la serie e il romanzo per molto tempo. L’enorme clamore suscitato mi dava la percezione che potesse trattarsi di prodotto letterario fondato su slogan e ideologizzazioni. Poi, l’estate scorsa mi sono infine decisa a prendere il mano il libro, in versione inglese, e tutte le mie perplessità si sono sgretolate nell’arco di un pomeriggio e una sera di alacre lettura.

Si tratta di un romanzo distopico, ambientato in una teocrazia totalitaria insediatasi 640px-Margaret-Atwood-Handmaids-Tale-Folio-Society.jpgdopo aver rovesciato la democrazia statunitense. La Terra è distrutta dall’inquinamento in ogni forma e la popolazione non cresce più. Il cuore pulsante della teocrazia di Gilead (Galaad nell’edizione italiana) è la fertilità. La società è fortemente gerarchizzata e in cima alla piramide si trovano i Comandanti, gerarchi della Repubblica di Gilead, che si fondano sul precetto biblico (Genesi 30, 1-4) per cui i mariti possono avere rapporti sessuali cone le proprie serve per generare figli, quando le mogli siano sterili, allo scopo di dotarsi di Ancelle fertili. Le Ancelle si trovano dunque in uno stato di assoluto asservimento, autorizzate esclusivamente a offrirsi ai Comandanti per riuscire a procreare. I nati da queste unioni sono destianti a divenire figli dei Comandanti e delle loro Mogli, rinviando l’Ancella a una nuova destinazione fintanto che sia fertile.

Oltre al romanzo originale, pubblicato nel 1985 in Canada e arrivato nel 1988 in Italia, e alla serie TV prodotta da Netflix… il 26 marzo 2019 è stato pubblicato il fumetto ispirato al racconto di Margaret Atwood!

L’autrice delle illustrazioni è Renee Nault (qui trovate il suo sito),Photo 11-04-2019 23 32 43 illustratrice canadese dall’indiscusso talento, il cui tratto tipico è un mix di illustrazioni a inchiostro e acquarelli dai toni molto vividi.

Mi perdoneranno gli artisti per la genericità della descrizione, ma qui potete osservare un esempio tratto proprio dal graphic novel.

Il fumetto segue strettamente lo sviluppo del romanzo, a differenza di quanto è avvenuto per la ​serie TV.  A questo proposito Renee Nault ha dichiarato di aver evitato non solo di guardare la serie, ma anche il film realizzato negli anni ’90, per non venire influenzata nella realizzazione dei disegni. Ciò anche in relazione al fatto che il lavoro di trasposizione grafica della Nault è iniziato prima della messa in onda della serie.

L’adattamento del romanzo al fumetto è senza dubbio un’operazione più complessa di quella rivolta agli schermi televisivi. Il pubblico al quale si rivolge la trasposizione grafica è senza dubbio più selezionato e attento, così le critiche non sono mancate specialmente in relazione alla delicatezza delle illustrazioni rispetto all’abbigliamento dei personaggi. Per quanto mi riguarda questa ricercatezza (per cui gli abiti delle Ancelle risultano voluminosi invece che infeltriti e castigati) affonda invece le unghie nella carne viva della storia. Vi è un’apparente, noncé solidissima, serenità nella Repubblica di Gilead. Un’apparenza che cela sotto di sé il dramma più antico dell’umanità per quanto concerne la condizione femminile: la capacità di generare nuovi individui. Un dramma che si declina in decine di modalità: l’incapacità di concepire, quella di farlo e pertanto essere sfruttate, ma anche la condanna morale per le scelte riproduttive compiute prima dell’avvento dela teocrazia.

Non solo, perché all’illustratrice viene contestata la quasi assenza di persone afroamericane. Questa è però una critica derivata dalla mancata lettura del romanzo originale, nel quale la Atwood specifica come le persone di colore siano state rinviate in alcune aree del Midwest, in un’ottica simile a quella dell’apartheid sudafricano. Dato invece modificato nella serie TV.

Il fumetto è un’opera completa in grado di introdurre nuovi lettori al mondo creato da Margaret Atwood, ma anche di fidelizzare gli interessati rimasti più tiepidi rispetto alla serie TV… nonché di soddisfare i veri appassionati!

Nel fumetto troverete una terza dimensione della storia di Margaret Atwood, più onirica e ancora più vivida di quella del romanzo, ma soprattutto più cruda di quella della serie TV. Per ora è ordinabile online o presso alcune librerie nella versione inglese, attualmente l’unica disponibile. Online non si trovano notizie circa future traduzioni, ma visto lo straordinario successo dell’opera è abbastanza sicuro che non tarderanno ad arrivare!

Oggi esce ‘Una merce molto pregiata’: breve recensione per una favola ambientata al tempo della Shoah.

IBS.it mi ha offerto la possibilità di ricevere
in anteprima ‘Una merce molto pregiata‘,
il più recente lavoro di Jean-Claude Grumberg,
in uscita oggi per Guanda editore.

Grumberg è autore di una trentina di opere teatrali, nonché applaudito sceneggiatore che ha collaborato con Truffaut e Costa-Gavras, vincendo numerosi  premi molto prestigiosi. Nella veste di scrittore, già nel 2003 aveva esordito con l’autobiografia ‘Mon père. Inventaire‘, nella quale raccontava la tragedia che ha segnato la sua esistenza. Il padre e i nonni furono infatti vittime di un rastrellamento nel 1942 a Parigi, dalla quale furono deportati prima al Camp de Drancy e poi ad Auschwitz (convoglio n. 49 del 2 marzo 1943), senza mai fare ritorno. Jean-Claude e il fratello vennero quindi condotti alla Maison des enfants de Moissac, rifugio che protesse quasi 500 tra neonati, bamnini e adolescenti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

‘Una merce molto pregiata’ è a tutti gli effetti una favola, un racconto breve, ma dalla straordinaria intensità morale ed emozionale. Ma non solo, perché il cuore della vicenda riguarda il ruolo dei genitori, delle persone che mettono al mondo ai figli, di quelle che non vi riescono ma amano incondizionatamente, spesso dopo aver sofferto molto per quella mancanza.

Certo, di tutte le riflessioni contemporanee sulla maternità, sull’infertilità e sulla relazione tra scienza e diritto in questo libro non troverete delle precise eco… tutt’al più dovrete provare, se vorrete, a decodificare alcune metafore per poi re-interpretarle. Dovrete spostare il vostro punto di visuale accettando di abbandonare i pre-giudizi (in senso neutro) e ponendovi delle domande su quelle che potrebbero essere le vostre scelte se posti davanti al medesimo dilemma morale che coinvolge i protagonisti. Perché se il contesto del racconto è quello dell’orrore della Shoah, un’attenta, quanto delicata, trasposizione di certi elementi sarà possibile anche verso altre epoche storiche.

Vi verrà facile operare questa lettura, proprio perché si tratta di una favola, un racconto che con semplicità disarmante pone i lettori di fronte alla verità morale, o quanto meno agli interrrogativi che ne sono alla base…


 

– Titolo originale dell’opera: ‘La Plus Précieuse des marchandises’
– ‘Una merce molto pregiata’, Guanda editore, 112 pp., 18/04/2019

I 15 anni della Legge 40: com’era regolata la PMA in Italia prima del 2004?

Ieri la Legge 19 febbraio 2004 n. 40, più nota come Legge 40, ha compiuto 15 anni di vigore. Del testo originale, contenente le “norme in materia di procreazione medicalmente assistita” (PMA), molte parti sono state cancellate dall’intervento dei giudici costituzionali.

L’impatto della PMA sulla popolazione nel nostro Paese, dal punto di vista quantitativo, non può essere valutato con estrema precisione. Le lunghe attese dei servizi e i divieti ancora in vigore spingono infatti molte persone a a cercare le cure all’estero, specialmente in Spagna, Repubblica Ceca, Belgio e Olanda. Limitatamente a chi accede a una PMA in Italia, i dati del ministero della Salute relativi al 2016 ci rivelando che i neonati nati vivi dopo una PMA sono stati quell’anno 13.582, a fronte di 97.656 cicli di fecondazione realizzati. Il tasso di riuscita si attesta quindi al 13,91%.

Ma la PMA è sempre stata vietata o fortemente limitata nel nostro Paese?
In realtà no, anzi, prima del 2004 l’Italia figurava tra gli Stati in grado di offrire cure per la fertilità a chi decideva di eludere i divieti esistenti nel proprio Paese. Tuttavia l’accettazione della PMA non è stata immediata, né priva di ostacoli.

Il primo intervento in materia è stato quello del Ministro della Sanità Degan, Costante_Degan.jpg che con una circolare ministeriale nel 1985 vietò il ricorso a tecniche di fecondazione con gameti estranei alla coppia (fecondazione eterologa) nei centri pubblici. Diversamente, in quelli privati, il dono di gameti non solo era consentito, ma rivolto anche alle coppie non sposate.

Successivamente, a causa dello scandalo del sangue infetto da HIV che colpì numerosi CSIRO_ScienceImage_2724_HIVpositive_blood_cell_vs_HIVnegative_Blood_Cell sistemi sanitari, il Ministro della Sanità Donat Cattin emanò una circolare (n. 19 del 1987), con la quale vennero identificate le misure per evitare il contagio attraverso l’impiego di seme maschile infetto. Nel 1992 le disposizioni vennero aggiornate, sancendo chiaramente anche il principio di anonimato del donatore (circolare ministeriale n. 17).

Nel 1995 il Codice di Deontologia Medica stabilì poi numerosi divieti: dalla Gestazione per Altri (GPA), passando per la diagnosi genetica preimpianto (DGP), attraverso la PMA post mortem, per giungere all’esclusione della PMA per le donne in c.d. menopausa precoce. Il Codice consentiva in compenso ai medici di mettere in pratica le fecondazioni eterologhe.

Il panorama delle norme si arricchì nel 1997, quando due ordinanze del Ministero della 43256877782_a04dda3cd3_b.jpg  Sanità sancirono l’illegalità da un lato di qualsiasi forma di remunerazione per i donatori di gameti ed embrioni, dall’altro la sperimentazione diretta a clonare esseri umani o animali. All’origine del divieto di clonazione vi era lo scalpore suscitato dal noto caso della pecora Dolly, il primo mammifero a essere clonato con successo nel 1996.

Infine, prima dell’avvento della Legge 40, due ordinanze del Ministro della Salute Sirchia vietarono l’esportazione di embrioni e gameti all’estero (dicembre 2002).

La Legge 40 è stata quindi il primo atto normativo a contenere la regolazione completa della materia, aggiungendo però un cospicuo numero di limiti all’accesso o alla pratica delle fecondazioni artificiali.  Quali? Ce ne occuperemo nelle prossime settimane, dedicando un articolo a ogni divieto per capire nello specifico come funzionino le tecniche e quali di queste siano oggi permesse!

 

 

 

Primi passi ai confini dell’universo dell’infertilità.

Dopo qualche mese di attività del blog, riesco finalmente a dedicare le prime righe all’argomento al cuore della mia ricerca di dottorato… che costituisce per me anche il centro di un’autentica ‘battaglia‘ culturale e sociale!

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A quale tema mi riferisco? Da come si desume dal titolo, all’infertilità, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) riconosce come patologia e definisce così:

assenza involontaria del concepimento dopo almeno un anno di rapporti sessuali mirati o quantomeno non protetti

Questa definizione sta gradualmente evolvendo nel senso di comprendere anche i casi nei quali a impedire il concepimento non sia una disfunzione dell’organismo, ma un’impossibilità anatomica, come per esempio nel caso delle coppie dello stesso sesso. Ma su questa evoluzione torneremo più avanti!

L’infertilità è quindi questa difficoltà protratta nel concepimento, che si suddivide in due categorie:

  1. quando non vi è un trattamento risolutivo della patologia, si ha a che fare con casi di sterilità,
  2. quando invece un presidio medico risolutivo esiste, ci si riferisce a casi di subfertilità o ipofertilità.

 

Se leggendo queste prime righe pensate si tratti di pura accademia, di casi rari, di episodi ai confini dell’universo conosciuto… sappiate che siete persone fortunate, ma che là fuori
vi sono ogni anno circa 25 milioni di cittadini europei che quotidianamente affrontano questa patologia!

Culturalmente siamo portati a credere che la parte più complessa nel controllo delle nascite riguardi la contraccezione, perché il silenzio che circonda l’infertilità ha consentito la costruzione di un autentico tabù attorno al tema degli ostacoli al concepimento.

Giuridicamente, invece, serve tenere a mente come il riconoscimento dell’infertilità come patologia implichi l’inclusione della sua cura nel diritto alla salute! Anche su questo argomento e sulla sua storia torneremo presto, ma per ora basta sapere che il diritto alla salute è definito come:

uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente un’assenza di malattie o infermità

( Preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 1946).

 

E quindi, vi starete chiedendo?

Quindi è importante sapere come il concetto di salute, accettato a livello normativo italiano e internazionale, includa anche un profilo sociale e uno mentale. Perciò può essere intesa come cura anche una pratica sociale che risolva uno stato di malessere che incida sul piano biologico o su quello psichico.

Per questo insistere su una distinzione tra natura e artificio in riferimento alle cure per la fertilità appare poco sensato, specialmente si si vuole basare su questa distinzione una pretesa illegittimità morale delle cure stesse. Questo rilievo sarà essenziale quando approfondiremo la classificazione delle cure esistenti per l’infertilità, andando a vedere in quale modo agiscano i diversi trattamenti.

Lo so, in questo articolo ho promesso molti approfondimenti e offerto solo definizioni, ma linfertilità è davvero un universo umano, prima che medico, troppo vasto per essere esplorato senza le dovute premesse o con estrema velocità. Soprattutto se l’obiettivo finale è quello di rompere definitivamente il silenzio attorno a questa patologia, attraverso la diffusione delle conoscenze di base legate a cause, cure e riferimenti normativi.

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