Dal 9 al 13 maggio si terrà a Torino la 36ª edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dal titolo “Vita Immaginaria“.
Di seguito alcuni consigli per incontri ed eventi a sfondo bioetico, per grandi e piccini:
9 maggio 2024:
Lab Euro Nauti, ore 13:30. Intelligenza artificiale e auto elettriche. Un gioco interattivo per la cittadinanza scientifica. Incontro con Alberto Agliotti, Beatrice Mautino, Daniela Ovadia, Fabio Turone [incontro per le scuole]
Arena Bookstock, ore 18. Oltre i tabù: confronti e riflessioni sulla sessualità. Violeta Benini, Teresa Cinque, Greta Sclaunich e Ivan Schisano [tabù sulla sessualità e i corpi]
10 maggio 2024:
– Sala argento, PAD.2. Il libro cura. Esperienze concrete di autori e professionisti della cura. A cura di Voglino Editrice con didattica attiva attorno al libro “Il viaggio di Dedè” [fecondazione assistita con dono di gameti spiegata ai più piccini]
Arena Bookstock, ore 16:45. Non è mai morto nessuno. Miti e fake news nella scienza. A cura di Gribaudo con Dario Bressanini, Alessandro Mustazzolu, Beatrice Mautino.
Sala Bronzo, ore 15:30. Disobbedienza civile e resistenza climatica: le voci di Ultima Generazione. Andrea Colamedici, Francesco d’Isa, Miriam Falco, Carlotta Muston e Pedro Piccolino Boniforti.
11 maggio 2024:
12 maggio 2024:
Stand W210-X209 Pad. Oval – ore 11:00 , Circo Rokitanski, presentazione del libro con l’editrice le plurali, Federica Salamino, Clara Gargano e il collettivo Talea. Una Graphic novel sull’esperienza della diagnosi e della convivenza con la sindrome di Rokitansky, anche rispetto al ricorso alla Gestazione per altri.
Sala Oro, ore 12:15. Puntata speciale di ‘Sailor – Anatomia del corpo attraverso la moda’. Maria Luisa Frisa e Chiara Tagliaferri in dialogo con Maria Grazia Chiuri e Levante [tema: corpo e sua funzione sociale]
Lab Lettura – ore 15:30, Alla scoperta delle origini – Presentazione di ‘Il viaggio di Dedè’. Incontro per i più piccini con Nadia Abate, Chiara Delìa, Alessandra Razzano. Dedè è un uccellino curioso, si interroga e pone domande. Un giorno chiede alla mamma il perché di quella piuma così colorata, lei capisce che è quella l’occasione per raccontargli la sua storia da quando era solo un desiderio e non ancora un vero e proprio pulcino. Nato grazie a un donatore generoso che ha permesso ai suoi genitori di concepirlo. [Fecondazione assistita con dono di gameti]
” La “bioetica” nasce in origine come “scienza della sopravvivenza” dell’essere umano alle conseguenze delle sue stesse azioni sulla natura. Oggigiorno però, una prospettiva che consideri la vita umana al di sopra delle altre non è più accettabile e la fauna necessita di un riconoscimento etico, nell’ambito di un lavoro interdisciplinare che integri scienze dure e scienze umane.
Convenzionalmente si attribuisce la paternità del nome bioethics a Van Rensselaer Potter, biochimico statunitense impegnato nella ricerca oncologica nei primi anni ’70 del secolo scorso. A onore di precisione, un primo articolo dal titolo Bio-Ethics: A Review of the Ethical Relationships of Humans to Animals and Plants era stato pubblicato già nel 1927, dal filosofo Fritz Jahr. Jahr costruì un “imperativo bioetico” di matrice kantiana, con conseguenti obbligazioni morali nei confronti di ogni forma di vita, umana e non. Il pensiero di Jahr non ebbe grande successo, ma delle importanti eco si rintracciano nel lavoro di Van Rensselaer Potter, specialmente nell’articolo Bioethics. The science of survival (1970) e nel libro Bioethics. Bridge to the future (1971).
La premessa del pensiero di Van Rensselaer Potter può essere riassunta nella preoccupazione etica, specialmente in chiave intergenerazionale, riguardo al crescente impatto delle tecnologie umane sull’ambiente, inteso come insieme di elementi animati e non. Mancavano nella società sia una coscienza etica collettiva, sia una conoscenza solida delle possibili conseguenze di un intervento massivo su fauna e flora da parte dell’essere umano. Per Potter era necessario acquisire una nuova consapevolezza dei rischi ambientali, rivolta a garantire un futuro alla specie umana (da cui science of survival, ossia “scienza della sopravvivenza”). Come? Grazie a una convergenza di saperi e sforzi tra scienze umane e scienze dure, tra etica e biologia, tanto per lo studio dei fenomeni nocivi per l’ambiente, quanto per la ricerca di soluzioni efficaci.
Oggi più di allora è importante tornare a questa accezione di bioetica “delle origini”, ma con un senso più ampio. Una bioetica che sia volta alla ricerca di soluzioni per la sopravvivenza non solo dell’essere umano, ma di tutte le componenti della biosfera e in particolare delle specie selvatiche. Oltre che per l’ambito della ricerca scientifica, questo approccio può rivelarsi una scelta fruttuosa anche per la divulgazione, che può accrescere la consapevolezza della società sulle minacce alla biodiversità e sulle possibili azioni conservative da attuare a livello individuale, e per la costruzione di valide politiche pubbliche, che troppo spesso sono ancora cieche alle evidenze scientifiche più supportate.
In conclusione, se l’impostazione iniziale della bioetica aveva comunque il suo focus sull’essere umano e sulla sua sopravvivenza, oggigiorno non è più eticamente accettabile la prospettiva di preminenza della vita umana sulle altre. Quindi, se da un lato la preservazione della fauna è stata raccontata negli ultimi due anni come necessità per evitare nuove zoonosi (il salto di specie di un agente patogeno, come è stato per Sars-CoV-2), dall’altro appare imprescindibile abbandonare questa visione utilitaristica. Nell’Antropocene, infatti, un metodo di ricerca e di definizione di politiche pubbliche orientato alla valorizzazione del solo vissuto umano non appare più condivisibile e la fauna necessita indubbiamente di un riconoscimento etico, nell’ambito di un lavoro interdisciplinare di integrazione dell’etica, delle scienze dure e del diritto.”
[Articolo originariamente pubblicato come Racconto di Ricerca sul Forum di Ricerca dell’Ateneo di Torino (FRidA) e collegato a un precedente post del blog, che trovate qui]
Se siete di Torino, o semplicemente appassionati di lettura ed editoria, saprete che sta per tenersi il Salone internazionale del libro di Torino (#SalTo), la cui edizione 2024 (9-13 maggio) si intitolerà Vita Immaginaria.
Quindi ecco per voi qualche consiglio di lettura… nello specifico sul tema della fecondazione assistita raccontata a piccine e piccini!!
Avevamo già parlato di “Storia di Cristallo di Neve… non di cavoli, né di cicogne” (edito da Valentina Edizioni) e intervistato le autrici: Francesca Fiorentino, l’autrice dei testi, ed Erica Lucchi, l’illustratrice di questo albo sul tema della fecondazione assistita con un dono di gameti (ovociti e/o spermatozoi), comunemente nota in Italia come“eterologa“. Potete ritrovare l’intervista qui!
In questo post vorrei invece proporvi altri due albi, il cui pregio, al pari di “Storia di Cristallo di Neve“, non sta esclusivamente nell’estrema qualità delle illustrazioni, ma specialmente nella capacità di normalizzare un tema che troppo a lungo (e talvolta ancora oggi) è stato oggetto di tabù e stigmatizzazione. In questo contesto, poter spiegare con semplicità, attraverso una storia, quali sono le premesse psicologiche, emotive e anche mediche di una fecondazione assistita… diventa assolutamente importante. Spiegarlo alle più piccole e ai più piccoli, che siano nati da una fecondazione assistita o meno, diventa certamente essenziale! Bambine e bambini costruiscono sin dalla prima infanzia il mondo che vivremo domani e, sostituendo ai segreti e ai silenzi delle spiegazioni a loro misura, i risultato sociale e culturale è assicurato.
Il primo albo che vi consiglio oggi è “Storia di un bambino al microscopio” di Lucia Maroni e con le illustrazioni di Anna Formilan (Publistampa Edizioni). Una storia che parla ai cuori attraverso la descrizione del desiderio e dell’attesa di un figlio che non arriva, eppure è presente nel quotidiano dei suoi futuri genitori:
“Ci sono poi scintille più pigre, timide, lente, che se ne stanno al caldo nei sogni dei loro genitori e hanno bisogno di tanto tempo prima che tutti possano vederle”.
E’ il racconto di un semino e di un uovo che si incontrano sotto a un microscopio, attraverso la celebrazione delle persone che metto in atto la scienza. Perché è un albo che parla del ruolo della scienza, certamente, ma grazie all’esperienza umana, ricca di determinazione, desideri e speranze. Qui potete trovare il profilo Instagram di Lucia Maroni e della “Storia di un bambino al micriscopio“, per scoprire di più e poterla seguire!
Il secondo albo che vi indico è “Il viaggio di Blastociccio” di Paola Russo e con le illustrazioni di ClaraEsposito (Editrice Rotas). Anche in questo racconto il protagonista è il desiderio, perché Blastociccio, il protagonista, si svegli all’improvviso “dove dormono i sogni”:
– “Se qui dormono i sogni, allora io ero un sogno! Ma di chi?”
– “Dovrai scoprirlo da solo. E’ ora di partire. A casa tua ti stanno aspettando”.
Blastociccio [1], un piccolo pinguino, è sperso in un mondo dove non sa da dove viene, ma sa che deve intraprendere un cammino per scoprire chi l’ha sognato per potergli dare la vita. Il racconto affronta, in modo adatto alle più piccine e ai più piccini, anche l’aspetto della crioconservazione degli embrioni [2] e del percorso che i nati grazie a queste tecniche hanno affrontato. Lo strumento narrativo è quello metaforico: un riferimento esplicito ai professionisti sanitari e ai laboratori non viene tracciato, ma evocato come concetto in grado di essere appreso da bimbe e bimbi… per articolarlo poi durante la crescita! Qui potete trovare il profilo Instagram di Paola Russo e de “Il viaggio di Blastociccio“, per scoprire di più e poterla seguire!
L’importanza dei libri e degli albi sul tema della fecondazione assistita, come scrivevo qualche riga fa, risiede soprattutto nella capacità di normalizzare le relative biotecnologie che, nonostante più di 40 anni di storia… continuano a porre difficoltà concettuali alle persone che non le abbiano provate sulla propria pelle. Difficoltà che si sommano a contesti sociali talvolta avversi e a normative spesso inique e insensate. Normalizzare, in questo caso, significa promuovere una cultura inclusiva verso le diverse storie che ogni famiglia ha alle spalle.
[1] Il nome deriva chiaramente da blastocisti, una fase dello sviluppo embrionale (successiva alla morula) che si verifica tra il 4° e il 14° giorno dalla fecondazione dell’ovocita da parte dello spermatozoo.
[2] La crioconservazione è un termine che descrive la procedura in cui le cellule (spermatozoi, ovociti, embrioni) vengono immerse in una soluzione di sali e composti organici (crioprotettore) e portate a temperature molto basse, fino alla conservazione a –196°C in azoto liquido.
Fino al 24 dicembre del 2023, il tema del lutto perinatale costituiva per me uno dei tanti ambiti di ricerca teorica, quindi di lavoro, al quale mi ero affacciata occupandomi di diritti riproduttivi sia dal punto di vista giuridico, sia filosofico e scientifico.
Un’autentica guida per approcciarmi al vissuto delle persone erano stati i contenuti e i lavori realizzati dall’associazione CiaoLapo…
“CiaoLapo è una associazione non lucrativa fondata nel 2006 da Claudia Ravaldi, medico psichiatra e psicoterapeuta e Alfredo Vannacci, medico farmacologo. CiaoLapo presta sostegno psicologico e assistenza alle famiglie che affrontano la complessa e dolorosa esperienza della morte di un bambino durante la gravidanza o dopo la nascita, per qualunque motivo e a qualunque età gestazionale“
Ecco, l’impegno di CiaoLapo mi aveva permesso di affacciarmi a quello che sembrava un baratro troppo profondo per essere anche solo immaginato, figuriamoci analizzato e riportato nell’ambito di lavori teorici. Il timore che avevo, ogni qualvolta provavo a integrare questo argomento, era di non rispettare sufficientemente la dignità e la profondità del vissuto delle persone che si erano, si sarebbero e si stavano trovando immerse in un simile dolore.
Il 24 dicembre del 2023 quel dolore ha investito in pieno mio marito e me, che abbiamo visto nascere il nostro primogenito e lo abbiamo visto andarsene dopo dodici ore di terapia intensiva neonatale. Un parto estremamente pretermine (23+5 settimane), che molti clinici etichettano e risolvono come aborto spontaneo del secondo trimestre (6° mese).
La navigazione nel mare del lutto perinatale per me e per noi non è certo conclusa, ma senza dubbio, grazie anche all’aiuto (richiesto già in fase di ricovero, nei giorni prima del parto) del supporto psicologico specializzato (la “fortuna”, nel nostro caso, è stata quella di poter usufruire di simile servizio presso l’Ospedale in cui ci trovavamo e di poter ancora proseguire il percorso).
Il lutto perinatale conosce forme tra loro eterogenee, soprattutto per esiti clinici e ripercussioni su eventuali successive gravidanze e sulla loro stessa possibilità: dall’aborto spontaneo del primo trimestre a quello del secondo, attraverso l’esperienza della morte endouterina del bambino/a o della nascita e successiva (più o meno distante) morte del bambino/a (per prematurità, per incompatibilità con la vita a causa di gravi malattie o per morte improvvisa del lattante (Sudden Infant Death Syndrome – SIDS). Non solo, perché anche il caso di interruzione volontaria di gravidanza per ragioni terapeutiche comporta l’elaborazione di un lutto per alcune persone (questo elenco costituisce un mero insieme di esempi non esaustivi!).
Così, senza alcuna pretesa di autorevolezza, ma con il solo intento di condividere conoscenze utili a chi nel futuro si troverà ad affrontare questo baratro troppo profondo per vederne il fondo… ecco di seguito alcuni consigli di lettura preziosi.
La fecondazione assistita è oggi una tecnica diffusa e rispetto alla quale, anche in Italia, e con l’aiuto dei social network, si sta lentamente dipanando la fitta nebbia del tabù dell’infertilità. Una tecnica, più correttamente un insieme di tecniche tra loro eterogenee e indirizzate alla risoluzione di diversi problemi di ordine clinico, traumatico o sociale alla base della difficoltà di concepire un/a figlio/a.
Ciò che è sicuramente meno noto è come la fecondazione “artificiale” sia stata realizzata per la prima volta nel 1777 a opera dell’amata Lazzaro Spallanzani, nel corso di una serie di esperimenti (o “sperienze”) su diverse specie di anfibi (per la ricostruzione più approfondita del profilo di Spallanzani, potete leggere qui un mio articolo scientifico).
Lazzaro Spallanzani (1729-1799)
Inizialmente impegnato negli studi in legge, Spallanzani subì presto il fascino delle scienze naturali, laureandosi in Biologia anche grazie alla preziosa guida della cugina Laura Bassi, prima donna al mondo a occupare una cattedra universitaria.
Laura Bassi (1711-1778)
L’esordio come scienziato avvenne attraverso con le Lettere due sopra un viaggio nell’Appennino Reggiano e al lago di Ventasso, riguardanti il problema dell’origine delle sorgenti. Una figura a tuttotondo, perfettamente coerente con l’immagine di quello che sarà lo scienziato dell’800, un erudito dalla fine curiosità verso i più diversi fenomeni naturali.
Erede della tradizione galileiana, Lazzaro Spallanzani ha condotto con instancabile impegno ricerche originali in numerosi ambiti della storia naturale. Per Spallanzani tutta la natura è un immenso laboratorio – compreso il nostro stesso corpo – e ogni esperienza rappresenta un’occasione per strappare una briciola di verità nascosta nella profondità del reale: la conoscenza, dunque, vissuta come esperienza totale in grado di investire l’intera esistenza. Paolo Mazzarello (al fondo del post, nei consigli di lettura)
Tornando alla fecondazione artificiale, e più in generale ai fenomeno connessi alla generazione, Spallanzani fu il primo a contestare la consistenza dell’antica teoria della “generazione spontanea“, secondo cui la vita nascerebbe in modo spontaneo dagli elementi naturali inanimati, in quanto comunque dotati di influssi vitali. Nel 1765 ne dimostrò per primo l’infondatezza, con un saggio (Saggio di osservazioni Microscopiche sul Sistema della Generazione de’ Signori di Needham e Buffon) i cui risultati saranno ripresi e ampliati da Pasteur.
Approfondì quindi, a partire da tali osservazioni, il problema della riproduzione, ottenendo nel 1777 la prima fecondazione artificiale, usando uova di rana e rospo (i risultati delle “sperienze” furono raccolti nelle Dissertazioni di fisica animale e vegetale).
uova di rana
La questione di fondo nelle ricerche di Spallanzani in ambito di riproduzione si riduceva, almeno inizialmente, al ruolo dello sperma nella fecondazione e nello sviluppo. La scelta ricadde su cavie di natura anfibia per due ragioni essenziali: l’ampia reperibilità delle cavie e il processo extracorporeo di fecondazione (che ne facilitava quindi l’osservazione, nonché l’eventuale controllo).
Acquisite le cavie, il primo problema che si presentò a Spallanzani fu quello di chiarire, e quindi distinguere, le modalità di accoppiamento degli anfibi dall’effettiva presenza del seme maschile. Come risolse la questione l’ingegnoso scienziato? Ricamando, per così dire, delle specifiche mutandine (culottes) per rane e rospi. L’idea di per sé era già stata impegnata dal biologo e filosofo svizzero Charles Bonnet (con cui Spallanzani intrattenere un denso rapporto epistolare), che tuttavia non fu in grado di portare a compimento le proprie ipotesi a causa della cattiva scelta del materiale per questa particolare biancheria intima per le cavie. Spallanzani impiegò dapprima parti di vesciche animali e, successivamente, il taffettà. Indiscutibilmente una scelta di stile.
Charles Bonnet (1720-1793)
Attraverso le culottes, Spallanzani riuscì sia a raccogliere il seme maschile, sia a impedire allo stesso di entrare in contatto con le uova. Riuscì quindi a dimostrare come la fecondazione richiedesse il contatto fisico tra liquido seminale e uovo, dimostrando una volta per tutte l’infondatezza delle credenze sul potere dell’ “aura spermatica” (una specie di effluvio del seme maschile che, secondo alcuni, avrebbe avuto un potere generativo).
Dimostrata la fecondazione artificiale negli anfibi, intraprese l’esperimento su un cane di sesso femminile (barboncino di «mediocre grandezza»), segregata fino al momento dell’estro, a seguito del quale, a mezzo di una siringa, iniettò nell’utero dell’animale il seme di un esemplare maschio della stessa razza. Dopo 62 giorni, la femmina partorì tre cagnolini: tale esperimento, unitamente alla lunga serie condotta su rane e rospi, dimostrò inconfutabilmente il potere generativo del liquido spermatico. Ciò che mancò nella costruzione teorica dello scienziato fu però la dimostrazione del ruolo degli spermatozoi nell’inseminazione, nonostante numerosi esperimenti di diluizione del liquido seminale con altre componenti (urina, aceto, olio di noce, siero di latte, coloranti, acqua ecc.). Diluito e filtrato, secondo Spallanzani il liquido manteneva le proprie capacità addirittura quando privato di «vermicelli spermatici», arrivando a teorizzare come lo sviluppo dell’uovo andasse attribuito a una specie di reazione chimico-fisica del liquido seminale in sé, al di là dalla presenza degli spermatozoi.
Spallanzani fu anche pioniere nell’ambito della divulgazione scientifica, cercando di veicolare in modo semplificato i risultati delle proprie ricerche anche negli ambiti nobiliari, con esilaranti siparietti nei quali Spallanzani illustrava alle nobildonne modi e peculiarità degli accoppiamenti di anfibi e mammiferi.
Alcuni consigli di lettura per chi volesse approfondire:
Per la figura a tuttotondo di Spallanzani, magistralmente descritta da Paolo Mazzarello,L’intrigo Spallanzani, Bollati Boringhieri, 2021.
Francesco Agnoli, Enzo Pennetta, Lazzaro Spallanzani e Gregor Mendel, Cantagalli, 2012 (un interessante parallelo tra i due scienziati).
Lazzaro Spallanzani, I giornali delle sperienze e delle osservazioni. I giornali della generazione, Giunti, 1994 (trascrizione, con tanto di illustrazioni da Spallanzani disegnate, dei diari sugli esperimenti sulla fecondazione artificiale).
Jean Rostant (trad. it. G. Barberis), Lazzaro Spallanzani e le origini della biologia sperimentale, Einaudi, 1967.
Il 4 marzo 2024 la Francia è divenuta il primo Paese al mondo a introdurre il richiamo all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) nella propria Costituzione.
” La loi détermine les conditions dans lesquelles s’exerce la liberté garantie à la femme d’avoir recours à une interruption volontaire de grossesse“
(La legge stabilisce le condizioni entro le quali si esercita la libertà garantita della donna di avere accesso all’IVG)
Il testo così redatto verrà inserito come emendamento al già esistente art. 34, al fine di porre un ostacolo definitivo a qualunque tentativo futuro di comprimere, ridurre o negare la libertà di autodeterminazione femminile nel campo dei diritti riproduttivi legati all’interruzione volontaria di gravidanza.
Il testo è stato approvato a gennaio presso l’Assemblée Nationale con una sorprendente maggioranza di 493 deputati contro 30, mentre al Sénat, il 4 marzo scorso, con 267 voti contro 50. Nella fase di approvazione conclusiva a camere riunite, sarebbero stati sufficienti 512 voti, ma i voti a favore sono risultati 780.
La collocazione costituzionale del riconoscimento di tale libertà implicherà la possibilità di ricorrere al giudice costituzionale sia direttamente, sia in caso di voto di una legge, sia in caso di una pregiudiziale di costituzionalità. Tale emendamento ha pertanto sì una valenza simbolica, ma non solo.
Si tratta di un momento storico sia per la storia giuridica del singolo Paese, sia per quella degli Stati occidentali in generale, specialmente in una fase storica caratterizzata dai tentativi politici e istituzionali di ridurre sempre maggiormente l’accessibilità e l’applicabilità dei diritti riproduttivi in capo alle donne.
Alcuni di consigli di lettura sul tema (oltre a quelli che potete trovare qui, in un post relativo alla scelta del Parlamento Europeo di proporre l’introduzione del diritto all’IVG nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE) riguardano senza dubbio Simone Veil, magistrata e politica francese. Veil, ricordata soprattutto come sopravvissuta all’Olocausto, prima Presidente donna del Parlamento Europeo e figura di spicco nella riconciliazione europea dopo il secondo conflitto mondiale, è anche stata la figura fondamentale non solo per la legalizzazione dell’IVG in Francia del 1975 (da lì il nome di Loi Veil – Legge Veil), ma anche per la regolamentazione della fecondazione assistita nel medesimo Paese.
S. Veil, Una vita, Fazi, 2010.
Per rimanere nell’ambito francese, ma spostarsi verso letture narrative, A. Ernaux, L’evento, L’orma, 2019 (Ernaux è stata premio Nobel alla letteratura nel 2022).
(Qui potete trovare un estratto della partecipazione di Ernaux al Salone del Libro di Torino nel 2017).
Nell’ambito della rassegna “Parlano i Muri“, un piacevolissimo e arricchente incontro per presentare un prodotto culturale tanto prezioso quanto necessario. Si tratta del podcast narrativo “per altre” (disponibile su Spotify), frutto del meticoloso lavoro dell’associazione Feconda Scelta e della sua presidente Federica Salamino, dell’autore Andrea Aimar, nonché dei produttori Matteo Scandali e Gabriele Beretta (il podcast è stato realizzato grazie a un’operazione di crowdfunding).
” Per Altre racconta una storia di Gestazione Per Altri. È la storia vera di Vittoria, che durante l’adolescenza scopre di non avere l’utero a causa della sindrome di Rokitansky. Con Carlo, il compagno che diventerà suo marito, inizia a farsi strada il desiderio di maternità. La loro ricerca li porta a intraprendere un percorso di Gestazione Per Altri in Ucraina: avranno un bambino, la data presunta del parto è il 16 aprile 2022. Vittoria e Carlo conoscono Olena, la donna che porterà in grembo il loro figlio. Poi la situazione precipita e il 24 febbraio la Russia invade l’Ucraina ”
Il podcast ha moltissimi pregi. Innanzitutto, l’equilibrata fusione dei suoi elementi: la parte di storytelling è impreziosita, e non sterilizzata, dalla partecipazione di esperti autorevoli (dell’ambito sia medico, sia giuridico). Nondimeno, “per altre” porta alla luce una porzione rilevantissima di persone interessate alla Gestazione per altri (GPA) e sovente dimenticate, più o meno volontariamente. È infatti la storia di una ragazza affetta dalla sindrome di Rokitansky, impegnata in una relazione eterosessuale.
L’occasione di incontro ha sollecitato un dibattito tanto raro, quanto rilevante, specialmente considerato il panorama pubblico entro cui si colloca la GPA: non tanto al centro di un dibattito, quando nello sfortunato epicentro di quello che sempre più appare uno scontro tra fazioni, un derby calcistico.
Gli spunti di lettura sono molteplici, ma il primo è un altro prodotto culturale a opera di Federica Salamino e Clara Gargano: si tratta della graphic novel “Circo Rokitansky” (edito da le plurali, 2024 – qui disponibile) che narra, senza risparmiare l’ironia, la storia di Olivia e della sindrome di Rokitansky, una rara condizione che causa un’agenzia – una parziale formazione -dell’apparato riproduttivo femminile. Il “circo Rokitansky” appare perfetto a un occhio esterno, ed è anche arricchito è che all’esterno tutto appare dai dolori mestruali mensili, ma questi non sono accompagnati dalle mestruazioni, né dalla presenza dell’utero… e quindi della possibilità di una gravidanza!
Diverso approccio, più votato all’inchiesta rispetto alla scelta di chi sceglie di diventare gestante per altr*, è invece “Mio tuo suo loro” (fandango, 2017 – disponibile qui), opera in cui l’autrice, Serena Marchi, ha dato seguito letterario a un viaggio percorso per 33613 chilometri, dall’Ucraina al Canada, dal Texas al Regno Unito, passando per la California fino ad arrivare in Italia. Marchi ha incontrato dal vivo, senza mezzi telematici e virtuali, gestanti per altr*, all’interno del loro ambiente familiare e nei loro contesto sociali.
Entrambi i libri sono perfettamente fruibili da lettori e lettrici non esperte, mossi e mosse dalla curiosità autentica di conoscere meglio la pratica della GPA, attraverso storie personali e indagini sociali, pur sempre fondate su solidi elementi scientifici. Esattamente come il podcast “per altre“, utile a dissipare, almeno in parte, i grandi dubbi sollevati da una pratica che, se debitamente regolata in senso di tutela di tutti i soggetti coinvolti, garantisce la realizzazione di un progetto genitoriale anche a chi, non certo per demerito (!) non si trovi a partire da una condizione biologica “standard”. Prodotti culturali preziosissimi in un’epoca di dibattito inquinato da pregiudizi, mistificazioni e scarsa preparazione (anche di chi le norme dovrebbe scriverle).
Ieri, l’11 aprile 2024, il Parlamento europeo ha approvato con 336 voti favorevoli, 163 contrari e 39 astensioni una risoluzione per chiedere di inserire nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea l’emendamento per includere nell’articolo 3
“il diritto all’autonomia decisionale sul proprio corpo, all’accesso libero, informato, completo e universale alla salute sessuale e riproduttiva e a tutti i servizi sanitari correlati senza discriminazioni, compreso l’accesso all’aborto sicuro e legale“.
Già dal luglio 2022 il Parlamento aveva iniziato a lavorare al fine di una più ampia tutela dei diritti riproduttivi. Il nuovo diritto è stato quindi ufficializzato, benché la sua approvazione richieda ancora diversi passaggi. La risoluzione, a oggi, non è vincolante e necessita l’adesione alla proposta di tutti i 27 Stati membri per essere inclusa nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. I problemi potrebbero non essere irrisori nel percorso per la definizione e l’inclusione di tale diritto nella Carta, considerato come l’interruzione volontaria di gravidanza rimane fortemente limitata in alcuni Paesi, che con ogni probabilità porrebbero il proprio veto sulla proposta in questione.
Non sono infatti tardate le prime critiche in nome del “diritto alla vita” sin dal concepimento, in un’ottica di chiara opposizione a un allargamento e consolidamento di alcuni diritti riproduttivi, in senso chiaramente contrario al diritto all’autodeterminazione individuale femminile (e non) in questo ambito.
L’approivazione della propost di emendamento rimane comunque di portata storica, con l’Unione Europea come capofila del processo progressista e di ampliamento del ventaglio dei diritti riproduttivi.
Consigli di lettura:
Narrativa:
A. Ernaux, L’evento, L’orma, 2019.
Saggistica:
C. D’Elia, G. Serughetti, Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio, Minimum Fax, 2021.
A. Giffi, P. Stelliferi, L’aborto. Una storia, Carocci, 2023
G. Scirè, L’aborto in Italia. Storia di una legge, Mondadori, 2011.