Lo stupro come arma di guerra: perché la risoluzione ONU appena approvata è già stata indebolita?

Tra le accuse che più sovente vengono rivolte alle donne che militano e combattono per i propri diritti vi è quella di non essere mai contente.
Contente” nel senso etimologico più puro, dal latino “contentus”: pago, soddisfatto.
La realtà è che con altrettanta frequenza i diritti (non solo femminili) vengono depotenziati dalle fondamenta con quelle che vengono fatte apparire
come questioni di lana caprina.

L’esempio di oggi? La risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) in materia di violenza sessuale nel corso di conflitti. In particolare, la risoluzione ha come obiettivo quello di combattere lo stupro come arma di guerra. L’approvazione del documento è avvenuta con 13 voti favorevoli e 2 astenuti (Russia e Cina).

Di per sé la notizia dovrebbe rincuorare, per quanto i detrattori siano pronti a contestare come simili documenti finiscano con il rimanere per lo più programmatici e di poco impatto. Tuttavia negli scorsi giorni gli Stati Uniti avevano minacciato di porre il proprio veto sull’approvazione del documento. Perché? Perché i riferimenti agli “health services” (servizi sanitari) e alla “sexual and reproductive health” (salute sessuale e riproduttiva) avrebbero implicato inevitabilmente il ricorso all’interruzione di gravidanza per le donne vittime di stupro durante un conflitto. Implicazione che risulterebbe eticamente accettabile secondo i più e secondo chi scrive, ma che per gli Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze inaccettabili.

L’avvocata per i diritti umani Amal Clooney, ha sottolineato al Consiglio di Sicurezza come gli Stati chiamati a votare

“debbano la risoluzione alle migliaia di donne e ragazze che hanno guardato i membri dell’ISIS radersi via le barbe e tornare alle loro routine di vita mentre le vittime non potranno mai farlo”

(qui trovate il video). L’avvocata ha parlato in rappresentanza delle vittime yazide di stupri perpetrati come armi di guerra, spronando a mantenere intatto il riferimento alla salute sessuale e riproduttiva. Insieme a lei si erano schierati anche i Nobel per la pace Nadia Murad e Denis Mutwege, durante una riunione tenutasi con il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres. Quest’ultimo si era schierato apertamente affinché

“la risposta globale [allo stupro come arma di guerra] [dovesse] garantire la punizione degli autori e il sostegno completo ai sopravvissuti”.

Tuttavia ciò non è bastato.
La risoluzione è effettivamente stata approvata, ma ogni riferimento ai “servizi sanitari”, nonché alla “salute sessuale e riproduttiva” delle donne vittime di stupro in conflitto è stato rimosso. Gli Stati Uniti hanno dunque riportato un’effettiva vittoria, indebolendo notevolmente il portato della risoluzione. In questo modo il documento risulta del tutto depotenziato, non garantendo alle vittime di stupro il ricorso all’interruzione di gravidanza. Inoltre la risoluzione risultava già privata della parte relativa all’istituzione di un nuovo meccanismo di monitoraggio e vigilanza delle violenze sessuali durante i conflitti. Parte rimossa a causa della posizione contraria non solo degli Stati Uniti, ma anche della Russia e della Cina.

Appare assurdo pensare dunque di tutelare le vittime di violenza sessuale durante un conflitto, senza poter garantire al contempo debite cure mediche in ambito sessuale e riproduttivo, specialmente si si considera con lucida attenzione come le vittime siano spesso oggetto di atroci mutilazioni, oltre che di aggressioni fisiche e psicologiche. Anche oggi, pertanto, non ci si può ritenete contenti, soddisfatti da uno strumento che avrebbe potuto offrire tutele, ma che appare fortemente depotenziato e non in grado di assicurare anche solo in parte di ristorare la salute di chi è stato o stata vittima di violenze sessuali durante una fase di guerra.

Per essere contenti e contente, servirebbe ben altro…

La Giornata Internazionale contro le mutilazioni genitali femminili.

[Image Courtesy of Newtown grafitti ]

Il 6 febbraio ricorre la Giornata Internazionale
contro le mutilazioni genitali femminili.

Un tema che riguarda il diritto, ma prima ancora l’antropologia e quindi il ruolo della cultura (in senso ampio) rispetto a una data società.

Ma in che cosa consistono le FGM (dall’inglese female genital mutilation)?

Si tratta di quelle  procedure che hanno per scopo l’alterazione o il danneggiamento dei genitali femminili per ragioni non mediche e che, a livello internazionale, sono riconosciute come violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze.

Le ragioni per le quali le FGM sono realizzate sono numerose e di diversa natura:

  • sessuali, quando sono volte a soggiogare o sminuire la sessualità femminile;2000px-No-FGM.svg.png
  • sociologiche, quando sono legate al bisogno di una comunità di riconoscersi attraverso riti di iniziazione, attraverso i quali le giovani sonointegrate e la comunità rimane unita;
  • igieniche ed estetiche, nei casi di quelle culture 

    nelle quali i genitali femminili esterni sono ritenuti osceni o veicolo di infezioni;

  • sanitarie, in quanto in alcune società è radicata l’idea che la mutilazione aumenti la fertilità della donna e/o la salute del nascituro;
  • religiose, in quanto pratiche che si ritengono dettate da testi religiosi (Corano).

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha suddiviso le FGM  in quattro categorie a seconda del grado di gravità:

  • la clitoridectomia o escissione della clitoride (tipo I): si tratta dell’asportazione parziale o integrale della clitoride al fine di eliminare la sensibilità erogena

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    principale dal corpo della donna;

  • l’escissione o asportazione (tipo II) della clitoride e delle piccole labbra, che talvolta coinvolge anche la parziale rimozione delle grandi labbra;
  • l’infibulazione (tipo III), vale a dire l’asportazione della clitoride, delle labbra (piccole e grandi), nonché la cauterizzazione e la cucitura della vulva lasciando spazio alla sola fuoriuscita di urina e sangue mestruale;
  • altre pratiche di mutilazione genitale non classificate come l’uso di piercing, la cauterizzazione e l’incisione o rimozione di parti della vulva, nonché l’uso di acidi (tipo IV).

Simili pratiche non incidono esclusivamente sulla sessualità, ma più in generale sulla salute globale della donna. Al di là dell’enorme danno psicologico, l’impiego di strumenti rudimentali e il mancato rispetto di qualsiasi norma igienica possono implicare l’insorgenza di molteplici conseguenze. Le infezioni causate dai tagli e dalle suture comportano infatti complicazioni che riguardano le vie urinarie e la fertilità delle donne che subiscono simili atrocità. Non solo, perché l’escissione della clitoride può causare la formaizone di un neuroma traumatico, cioè di un insieme di fibre nervose che rendono la benché minima stimolazione dell’area terribilmente dolorosa. Tutto ciò ammettendo che l’esecuzione di una di queste operazioni non provochi emorragie o infezioni di per loro fatali. In caso di sopravvivenza, al dolore atroce associato ai rapporti sessuali si aggiungono rischi di ritenzione urinaria (incapacità della vescica di svuotarsi) e di cistiti croniche.

 

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Secondo l’OMS più di 200 milioni di ragazze e donne convivono oggi con una mutilazione di questo tipo. Persone che si trovano per lo più in 30 Paesi disseminati tra africa, Medioriente e Asia, anche se simili pratiche vengono poste in essere clandestinamente anche in Occidente.

A livello internazionale la lotta contro le mutilazioni genitali femminili è condotta dall’OMS insieme all’Unicef e al Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA). In Italia il Parlamento tutela le donne dal 2006 (Legge 7/2006), anche grazie allart. 583-bis c.p. che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili.

L’importanza della tematica e la necessità di tutelare le ragazze esposte al pericolo delle mutilazioni ha fatto sì che il Time abbia riconosciuto un’attivista Maasai tra le 100 persone più influenti al mondo nel 2018 (qui potete trovare l’articolo). L’attivista è Nice Nailantei Leng’ete, ragazza sfuggita a 9 anni al taglio nel proprio villaggio e che da adulta ha intrapreso un’azione pervasiva di negoziazione con le guide dei villaggi africani al fine di individuare riti d’iniziazione diversi dalle mutilazioni.

Il percorso verso l’eliminazione di simili pratiche è ancora lungo e non libero da ostacoli, considerato come il sottrarre le donne a questi riti costituisca un autentico pericolo per la loro incolumità e per la coesione della comunità cui apprtengono. Ciò non significa che le FGM vadano tollerate, ma che la complessità delle relazioni in cui si inseriscono renda impossibile prevederne un contrasto che non passi da una profonda trasformazione del ruolo della donna e della sua libertà sessuale.

 

Eliminare la violenza contro le donne: riflettere il 25 novembre per contrastarla tutto l’anno.

Terzo e ultimo appuntamento con la celebrazione della
Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne,
oggi 25 novembre.

Dopo avere parlato di violenza ostetrica (in questo post) e della mozione approvata dal Consiglio comunale di Verona (in questo post), oggi vi proporrò qualche riferimento normativo e statistico. A cominciare dall’infografica dell’Istat che vedete come immagine del post…

Noioso? Cercherò di evitare lo sgradevole effetto “lista della spesa”!

Tanto per cominciare occorre sapere che la Convenzione di Istanbul del 2011 (disponibile qui) è il primo strumento internazionale a non essere solo programmatico. Ciò significa che le sue norme sono giuridicamente vincolanti per tutti i 47 Stati che formano il Consiglio d’Europa (28 dei quali appartengono anche all’Unione Europea). Perché questa Convezione è stata fortemente innovativa?

Ebbene, perché la violenza sulle donne è stata riconosciuta come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione!
Violenza che può assumere centinaia di diverse sfumature, tra le quali violenza fisica (art. 35), psicologica (art. 33), sessuale ( art. 36), stalking (art. 34), e mutilazioni genitali femminili (art. 38).

Il catalogo delle violenze è stato poi esteso alle violazioni del diritto alla salute riproduttiva delle donne e a quelle che, attraversano l’uso delle tecnologie, violano il diritto al rispetto della vita privata o della dignità personale. A realizzare quest’ampliamento, il 26 luglio 2017, è stato il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw), con la General Recommendation n. 35 (disponibile qui ).

Il 2018 è stato un anno cruciale per la lotta all’eliminazione della violenza sulle donne in Italia, dal punto di vista degli studi sul tema. L’Istat ha infatti completato la prima indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza alle donne vittime: 281 centri hanno risposto tra giugno e luglio al questionario proposto.

È emerso come 49.152 donne sia siano rivolte ai Centri antiviolenza: 29.227 hanno iniziato un percorso per allontanarsi dal contesto nel quale si erano ritrovate a essere vittime. Se questi numeri non vi dicono nulla, provate a fare un esperimento: pensate a una cittadina di quasi 50 mila abitanti e immaginate che ciascun cittadino sia stato vittima di violenza e abbia cercato aiuto. Per i piemontesi, si tratta di comuni come quelli di Nichelino, Collegno o Rivoli. Per i lombardi potrebbero essere quelli di Mantova, Lecco o Cologno Monzese. Funziona?

Ecco, a questo punto considerate come non solo il campione considerato dall’Istat sia un campione ridotto, ma come mediamente il 75% delle donne vittime di violenza non denunci i soprusi subiti.

In ogni caso, l’Istat ha rilevato un pesante divario tra diverse aree italiane: il Nord-Est detiene il record massimo di donne prese in carico per singolo Centro antiviolenza (170,9), mentre il Sud quello minimo (47,5). Nel complesso, quasi un terzo delle donne che richiedono aiuto sono straniere e per la maggior parte hanno figli minorenni.
Il numero medio di donne prese in carico dai centri (115,5) è massimo al Nord-est (170,9) e minimo al Sud (47,5). Il 26,9 delle donne è straniera e il 63,7% ha figli, che sono minorenni in più del 70% dei casi.

I Centri forniscono servizi di ascolto, supporto legale, supporto psicologico, aiuto nel percorso di allontanamento dal partner violento, orientamento lavorativo, etc.
La maggior parte dei Centri (85,8%) lavora in sincrono con altri enti territoriali e quasi tutti (95,3%) hanno aderito al numero verde nazionale 1522 contro la violenza.
 Un numero elevato di centri è reperibile H 24 (68,8%), attivando un servizio di segreteria telefonica per gli orari di chiusura (71,1%) e un quarto dei Centri ha un proprio numero verde.

Infine, quasi 4.400 operatrici hanno prestato il proprio aiuto nel corso del 2017 per i Centri e oltre la metà di loro in forma del tutto volontaria. I Centri antiviolenza (93%) si occupano anche della formazione delle operatrici.

Disorientati da tutti questi numeri? Se avete resistito sino alla fine e siete curiosi di andare più a fondo, potete consultare un database dalle funzioni speciali che l’Istat ha inaugurato quest’anno: si chiama Violenzasulledonne.Stat e lo trovate qui!

La violenza sulle donne rimane un tema estremamente complesso da affrontare, costituito da fattori tra loro tanto differenti, quando connessi. Un problema culturale, basato su una rigida distinzione delle identità di genere. Un problema giuridico, perché così vario sul piano fattuale da risultare arduo da inquadrare. Un dramma umano, perché troppo spesso vissuto nella solitudine e nella vergogna.

Un dramma che va ricordato il 25 novembre, ma contrastato 365 giorni l’anno!