Eliminare la violenza contro le donne: avete mai sentito parlare di violenza ostetrica?

Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Se avete l’impressione che Penna Vagante sia nato solo per celebrare le ricorrenze nazionali, internazionali e mondiali… beh, il vostro sospetto è legittimo, ma non fondato! Novembre è semplicemente un mese ricco di momenti simbolici di riflessione.

La violenza contro le donne è un fenomeno dalle forme più diverse e scegliere di raccontarne un aspetto non significa ritenerlo per forza prioritario. Questo post è quindi il primo di un piccolo trittico dedicato ad alcune delle sembianze che questa violenza assume.

Avete mai sentito parlare di violenza ostetrica e ginecologica?
La prima definizione giuridica del fenomeno è stata formulata in una legge del Venezuela, nel 2007:

“ appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali avendo come conseguenza la perdita di autonomia e della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna

Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, art. 15(13)

Il termine “ostetrica” non deve trarre però in inganno, perché la violenza in questione non è perpetrata specificamente dalle ostetriche, ma da tuttli gli operatori sanitari che assistono la donne e il neonato. Autori degli abusi possono essere ginecologi, ostetrici e figure professionali coinvolte nella cura della gestazione e del parto. Vittime della violenza, quindi, risultano non solo le donne, ma talvolta anche i neonati.

La violenza ostetrica ha quindi due profili distinti.

Uno riguarda l’abuso diretto, sia fisico che verbale.
Un esempio? Il rifiuto di riconoscere il diritto della donna di alleviare il proprio dolore (es. ricorrendo all’epidurale), evocando durante il parto la necessità di soffrire perché il parto sia tale. Oppure gli insulti rivolti alla donna in merito alla sua incapacità di partorire, quando si trovi ad affrontare un travaglio particolarmene difficoltoso. Ancora, l’umiliazione subìta dalla donna in un momento di estrema vulnerabilità fisica ed emotiva, dettata anche dalla rinuncia a qualsiasi pudore fisico nel momento del travaglio, di fronte anche a un consistente numero di estranei.

La violenza ostetrica si concretizza anche nell’applicazione di procedure mediche sulle quali non è stato richiesto alla paziente il consenso o, peggio, pratiche del tutto coercitive. Si tratta dei casi, tra i più eclatanti, nei quali la donna subisce procedure imposte quali l’episiotomia o, addirittura, la sterilizzazione. La prima consiste nell’operazione chirurgica di incisione del perineo e della parete posteriore della vagina per allargare l’orifizio vaginale. Un’operazione messa in atto per decenni per favorire l’espulsione del feto durante il travaglio, che oggi giorno l’Organizzazione Mondiale della Sanità non raccomanda, come si può leggere qui.

Altre forme di violenza ostretica possono riguardare gravi violazioni della privacy,  il rifiuto della ricezione nelle strutture ospedaliere, la trascuratezza delle cure durante il parto… come un’episiotomia applicata con poca cura, con conseguente perdita della libertà per la donna di poter avere un rapporto sessuale privo di dolori o di vivere senza forme di incontinenza.

Il secondo profilo della violenza ostetrica è quello relativo all’estrema medicalizzazione della gestazione e del parto, percepito da molte donne come ostacolo alla propria autonomia di scelta.

In Italia le donne vittime di questo tipo di violenza sono riuscite a far intendere la propria voce a partire dalla campagna social “Basta tacere: le madri hanno voce“, lanciata nell’aprile 2016 (potete trovare maggiori dettagli qui).

“In 15 giorni la campagna #bastatacere ha avuto 21.621 like, ha raccolto oltre 1.136 testimonianze in formato foto-cartello e moltissime altre in formato testuale, ha coinvolto più di 700.000 utenti al giorno e ha avuto oltre 70.000 interazioni quotidiane”

E dopo il 2016?

Lo stesso anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato una dichiarazione sul rispetto delle donne nel momento del parto e una proposta di legge è approdata al Parlamento italiano (potete trovarla qui), dove tuttora è in attesa di passare all’esame del Senato.

Se l’argomento vi ha interessati, sappiate che in un prossimo post si darà spazio alla risposta dei professionisti sanitari in merito! Inoltre, appuntamento sempre su questi canali per approfondire altri due tipi di violenza contro le donne, dei quali uno particolarmente legato all’attualità.

 

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