Di scadenze fondamentali.

Bentrovati, dopo due settimane di assenza…

È stato un periodo veramente denso di scadenze, che mi hanno impedito di tenere il passo con gli articoli. Scadenze che sono state veri e propri momenti di passaggio, di chiusura di progetti lunghi mesi o anni.

 

Prima di tutto ho preparato e tenuto l’intervento per il convegno

 

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Mater Iuris. Il diritto della madre: uscire dalla simmetria giuridica dei sessi nella procreazione“, che si è svolto il 29 novembre all’Università di Milano.

Un’occasione di scambio veramente preziosa!

 

 

 

Dopodiché è stato il turno del week-end residenziale (30 novembre – 2 dicembre) finale del corso “Talenti per il Fundraising“,

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durato 8 mesi e offerto a 60 selezionati da Fondazione CRT ( qui trovate i dettagli): un’esperienza di divertimento, ma soprattutto lavoro (di gruppo), assolutamente irripetibile.

Ventiquattr’ore di tempo per elaborare dei piani di fundraising partendo dalla reale situazione di due enti non profit del territorio.

Nel caso del gruppo cui sono stata assegnata, si è trattato di elaborare un piano rivolto ai donatori individuali
per l’associazione culturale Altera.

 

 

Ultimo, ma non certo per rilevanza, il fatidico momento della stampa della tesi di dottorato!2440e296-606b-4c13-bbee-24179e453ff9.jpg

Sento di poter sorvolare sull’impatto emotivo che ne è derivato, dopo tre anni di duro lavoro, trascorsi tra Torino e Parigi. Tre anni di giornate intere trascorse tra biblioteche, visite presso ospedali e cliniche, interviste, richieste di permessi per l’accesso ai dati e molto, molto altro.

La tesi, in realtà, era già conclusa a luglio e i pareri positivi dei referees erano arrivati a settembre. Tuttavia, varie circostanze burocratiche hanno  fatto sì che solo ora potesse andare in stampa, in vista della difesa ufficiale… prevista per il gennaio 2019!

 

Scadenze rispettate e chiusi questi progetti… sono pronta a ritornare presente su Penna Vagante!

A prestissimo!

 

Eliminare la violenza contro le donne: riflettere il 25 novembre per contrastarla tutto l’anno.

Terzo e ultimo appuntamento con la celebrazione della
Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne,
oggi 25 novembre.

Dopo avere parlato di violenza ostetrica (in questo post) e della mozione approvata dal Consiglio comunale di Verona (in questo post), oggi vi proporrò qualche riferimento normativo e statistico. A cominciare dall’infografica dell’Istat che vedete come immagine del post…

Noioso? Cercherò di evitare lo sgradevole effetto “lista della spesa”!

Tanto per cominciare occorre sapere che la Convenzione di Istanbul del 2011 (disponibile qui) è il primo strumento internazionale a non essere solo programmatico. Ciò significa che le sue norme sono giuridicamente vincolanti per tutti i 47 Stati che formano il Consiglio d’Europa (28 dei quali appartengono anche all’Unione Europea). Perché questa Convezione è stata fortemente innovativa?

Ebbene, perché la violenza sulle donne è stata riconosciuta come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione!
Violenza che può assumere centinaia di diverse sfumature, tra le quali violenza fisica (art. 35), psicologica (art. 33), sessuale ( art. 36), stalking (art. 34), e mutilazioni genitali femminili (art. 38).

Il catalogo delle violenze è stato poi esteso alle violazioni del diritto alla salute riproduttiva delle donne e a quelle che, attraversano l’uso delle tecnologie, violano il diritto al rispetto della vita privata o della dignità personale. A realizzare quest’ampliamento, il 26 luglio 2017, è stato il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw), con la General Recommendation n. 35 (disponibile qui ).

Il 2018 è stato un anno cruciale per la lotta all’eliminazione della violenza sulle donne in Italia, dal punto di vista degli studi sul tema. L’Istat ha infatti completato la prima indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza alle donne vittime: 281 centri hanno risposto tra giugno e luglio al questionario proposto.

È emerso come 49.152 donne sia siano rivolte ai Centri antiviolenza: 29.227 hanno iniziato un percorso per allontanarsi dal contesto nel quale si erano ritrovate a essere vittime. Se questi numeri non vi dicono nulla, provate a fare un esperimento: pensate a una cittadina di quasi 50 mila abitanti e immaginate che ciascun cittadino sia stato vittima di violenza e abbia cercato aiuto. Per i piemontesi, si tratta di comuni come quelli di Nichelino, Collegno o Rivoli. Per i lombardi potrebbero essere quelli di Mantova, Lecco o Cologno Monzese. Funziona?

Ecco, a questo punto considerate come non solo il campione considerato dall’Istat sia un campione ridotto, ma come mediamente il 75% delle donne vittime di violenza non denunci i soprusi subiti.

In ogni caso, l’Istat ha rilevato un pesante divario tra diverse aree italiane: il Nord-Est detiene il record massimo di donne prese in carico per singolo Centro antiviolenza (170,9), mentre il Sud quello minimo (47,5). Nel complesso, quasi un terzo delle donne che richiedono aiuto sono straniere e per la maggior parte hanno figli minorenni.
Il numero medio di donne prese in carico dai centri (115,5) è massimo al Nord-est (170,9) e minimo al Sud (47,5). Il 26,9 delle donne è straniera e il 63,7% ha figli, che sono minorenni in più del 70% dei casi.

I Centri forniscono servizi di ascolto, supporto legale, supporto psicologico, aiuto nel percorso di allontanamento dal partner violento, orientamento lavorativo, etc.
La maggior parte dei Centri (85,8%) lavora in sincrono con altri enti territoriali e quasi tutti (95,3%) hanno aderito al numero verde nazionale 1522 contro la violenza.
 Un numero elevato di centri è reperibile H 24 (68,8%), attivando un servizio di segreteria telefonica per gli orari di chiusura (71,1%) e un quarto dei Centri ha un proprio numero verde.

Infine, quasi 4.400 operatrici hanno prestato il proprio aiuto nel corso del 2017 per i Centri e oltre la metà di loro in forma del tutto volontaria. I Centri antiviolenza (93%) si occupano anche della formazione delle operatrici.

Disorientati da tutti questi numeri? Se avete resistito sino alla fine e siete curiosi di andare più a fondo, potete consultare un database dalle funzioni speciali che l’Istat ha inaugurato quest’anno: si chiama Violenzasulledonne.Stat e lo trovate qui!

La violenza sulle donne rimane un tema estremamente complesso da affrontare, costituito da fattori tra loro tanto differenti, quando connessi. Un problema culturale, basato su una rigida distinzione delle identità di genere. Un problema giuridico, perché così vario sul piano fattuale da risultare arduo da inquadrare. Un dramma umano, perché troppo spesso vissuto nella solitudine e nella vergogna.

Un dramma che va ricordato il 25 novembre, ma contrastato 365 giorni l’anno!

Eliminare la violenza contro le donne: il Comune di Verona e la Mozione anti-aborto nel dettaglio.

Secondo appuntamento con la ricorrenza del 25 novembre,

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Il tema di oggi è l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), più comunemente nota come aborto.

Nell’ordinamento italiano la possibilità di ricorrere a un’IVG è prevista dalla Legge 194 del 1978.

Grazie a questa legge, alla donna è permesso richiedere un’IVG entro i primi 90 giorni, se il portare a termine la gravidanza comporta per lei comporrebbe un serio pericolo per la salute fisica o psichica  (in relazione a stato di salute, condizioni economiche, sociali, familiari, etc.; art. 4).

L’IVG è dunque un diritto riconosciuto dallo Stato in capo a qualunque donna abbia i requisiti per accedervi. Dal canto proprio, lo Stato ha il dovere di fornire il relativo servizio, come avviene nel caso di qualsiasi altra prestazione sanitaria riconosciuta dallo Stato.

In questo contesto, il 4 ottobre scorso, il Consiglio Comunale di Verona ha approvato
la Mozione 434,
“Iniziative per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità nel 40° anniversario della legge 194/1978 ”.

La mozione parte dal presupposto che l’applicazione della 194 abbia negli anni distorto lo scopo della legge stessa, la quale

“ si proponeva di legalizzare l’aborto in alcuni casi particolari (violenza carnale, incesto, gravi malformazioni del nascituro, etc) e di contrastare l’aborto clandestino, mentre ha contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto quale strumento contraccettivo non ha affatto debellato l’aborto clandestino

Se pensate che quest’ultima affermazione sia frutto di studi messi a punti nei presidi sanitari Veronesi, siete sulla strada sbagliata. I consiglieri che hanno proposto la mozione hanno ricavato il dato da un articolo de Il Sussidiario.net, quotidiano online.

La mozione quantifica poi in 6 milioni gli aborti praticati dal 1978

“senza contare le “uccisioni nascoste” prodotte dalle pillole abortive e dall’eliminazione degli embrioni umani sacrificati nella pratiche di procreazione medicalmente assistita”.

Si continua così:

“le statistiche annuali degli aborti mostrano un leggero calo negli anni, ma non tengono conto delle varie pillole abortive: manca all’appello una popolazione di 6 milioni di bambini, che avrebbero impedito il sorgere dell’attuale crisi demografica”.

Le “varie pillole abortive” sono in realtà solo due farmaci:
– il Mifepristone (RU486), cioè l’antiprogesterogenico che impedisce il rilassamento dell’utero;
– il Misoprostolo, cioè la prostaglandina che favorisce le contrazioni dell’utero.
I due farmaci vengono utilizzati per il c.d. aborto medico, molto meno invasivo di quello chirurgico.

La mozione si riferisce quindi implicitamente alla c.d. pillola del giorno dopo, che non ha alcun effetto abortivo. La pillola infatti agisce bloccando l’ovulazione, impedendo cioè il rilascio dell’ovulo da parte delle ovaie ben prima che questo si annidi nell’utero.

La RU486, secondo i promotori della Mozione ha comportato la diffusione di una

cultura dello scarto […] abbandonando la donna proprio quando avrebbe maggiore bisogno di aiuto”.

Per queste ragioni il Consiglio Comunale ha impegnato il Sindaco e la Giunta

“ad inserire nel prossimo assestamento di bilancio un congruo finanziamento ad associazioni e progetti che operano nel territorio del Comune di Verona e a promuovere il progetto regionale “Culla segreta”, stampando e diffondendo i manifesti pubblicitari nelle Circoscrizioni e in tutti gli spazi comunali” e infine “a proclamare ufficialmente Verone “città a favore della vita”.

Quali sono i progetti individuati dai propositori? Il primo è il progetto Gemma, che, come si legge dal relativo sito,  consiste in

“un servizio per l’adozione prenatale a distanza di madri in difficoltà, tentate di non accogliere il proprio bambino. Una mamma in attesa nasconde sempre nel suo grembo una gemma (un bambino) che non andrà perduta se qualcuno fornirà l’aiuto necessario.”

La Mozione 434 costituisce, sul piano giuridico, una chiara interferenza con il diritto della donna di autodeterminarsi.

Perché?

Perché in uno Stato laico, le regole di comportamento non possono essere quelle dettate da una religione.

Ciascun individuo è libero di scegliere se professare o meno un certo credo e, conseguentemente, aderire alle relative regole. L’Italia ha smesso di riconoscere l’esistenza di una religione di Stato nel 1984. Professare una fede è quindi un’espressione della libertà di coscienza, ma imporne i dettami ad altri cittadini costituisce una violenza, nella forma di una privazione della libertà.

Il corpo delle donne è ancora oggi il campo di battaglia favorito dello scontro tra ideali politici e confessioni religiosi. In questo specifico caso come corpo in grado di generare la vita e, perciò, rendersi indispensabile alla sopravvivenza della società.

La Mozione 434 evidenzia bene come il compito delle donne fosse quello si sventare il verificarsi “dell’attuale crisi demografica”, mettendo davanti al proprio bene e alla propria libertà, il dovere procreativo per la comunità. Bambini mai nati, che sarebbero dovuti nascere per il bene della comunità. Una vita sacra per il bene degli altri.

Il 25 novembre è un’occasione perfetta per ricordarci (e ricordare a tutti), come il corpo delle donne non possa rimanere prigioniero di ideali politici o dettami religiosi, a meno che questa non sia una libera scelta della donna stessa.

Eliminare la violenza contro le donne: avete mai sentito parlare di violenza ostetrica?

Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Se avete l’impressione che Penna Vagante sia nato solo per celebrare le ricorrenze nazionali, internazionali e mondiali… beh, il vostro sospetto è legittimo, ma non fondato! Novembre è semplicemente un mese ricco di momenti simbolici di riflessione.

La violenza contro le donne è un fenomeno dalle forme più diverse e scegliere di raccontarne un aspetto non significa ritenerlo per forza prioritario. Questo post è quindi il primo di un piccolo trittico dedicato ad alcune delle sembianze che questa violenza assume.

Avete mai sentito parlare di violenza ostetrica e ginecologica?
La prima definizione giuridica del fenomeno è stata formulata in una legge del Venezuela, nel 2007:

“ appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali avendo come conseguenza la perdita di autonomia e della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna

Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, art. 15(13)

Il termine “ostetrica” non deve trarre però in inganno, perché la violenza in questione non è perpetrata specificamente dalle ostetriche, ma da tuttli gli operatori sanitari che assistono la donne e il neonato. Autori degli abusi possono essere ginecologi, ostetrici e figure professionali coinvolte nella cura della gestazione e del parto. Vittime della violenza, quindi, risultano non solo le donne, ma talvolta anche i neonati.

La violenza ostetrica ha quindi due profili distinti.

Uno riguarda l’abuso diretto, sia fisico che verbale.
Un esempio? Il rifiuto di riconoscere il diritto della donna di alleviare il proprio dolore (es. ricorrendo all’epidurale), evocando durante il parto la necessità di soffrire perché il parto sia tale. Oppure gli insulti rivolti alla donna in merito alla sua incapacità di partorire, quando si trovi ad affrontare un travaglio particolarmene difficoltoso. Ancora, l’umiliazione subìta dalla donna in un momento di estrema vulnerabilità fisica ed emotiva, dettata anche dalla rinuncia a qualsiasi pudore fisico nel momento del travaglio, di fronte anche a un consistente numero di estranei.

La violenza ostetrica si concretizza anche nell’applicazione di procedure mediche sulle quali non è stato richiesto alla paziente il consenso o, peggio, pratiche del tutto coercitive. Si tratta dei casi, tra i più eclatanti, nei quali la donna subisce procedure imposte quali l’episiotomia o, addirittura, la sterilizzazione. La prima consiste nell’operazione chirurgica di incisione del perineo e della parete posteriore della vagina per allargare l’orifizio vaginale. Un’operazione messa in atto per decenni per favorire l’espulsione del feto durante il travaglio, che oggi giorno l’Organizzazione Mondiale della Sanità non raccomanda, come si può leggere qui.

Altre forme di violenza ostretica possono riguardare gravi violazioni della privacy,  il rifiuto della ricezione nelle strutture ospedaliere, la trascuratezza delle cure durante il parto… come un’episiotomia applicata con poca cura, con conseguente perdita della libertà per la donna di poter avere un rapporto sessuale privo di dolori o di vivere senza forme di incontinenza.

Il secondo profilo della violenza ostetrica è quello relativo all’estrema medicalizzazione della gestazione e del parto, percepito da molte donne come ostacolo alla propria autonomia di scelta.

In Italia le donne vittime di questo tipo di violenza sono riuscite a far intendere la propria voce a partire dalla campagna social “Basta tacere: le madri hanno voce“, lanciata nell’aprile 2016 (potete trovare maggiori dettagli qui).

“In 15 giorni la campagna #bastatacere ha avuto 21.621 like, ha raccolto oltre 1.136 testimonianze in formato foto-cartello e moltissime altre in formato testuale, ha coinvolto più di 700.000 utenti al giorno e ha avuto oltre 70.000 interazioni quotidiane”

E dopo il 2016?

Lo stesso anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato una dichiarazione sul rispetto delle donne nel momento del parto e una proposta di legge è approdata al Parlamento italiano (potete trovarla qui), dove tuttora è in attesa di passare all’esame del Senato.

Se l’argomento vi ha interessati, sappiate che in un prossimo post si darà spazio alla risposta dei professionisti sanitari in merito! Inoltre, appuntamento sempre su questi canali per approfondire altri due tipi di violenza contro le donne, dei quali uno particolarmente legato all’attualità.

 

World Philosophy Day 2018: Bioetica, questa sconosciuta.

Oggi, 15 novembre, si celebra il World Philosophy Day 2018. Una ricorrenza inaugurata dall’Unesco nel 2002 per promuovere il dibattito filosofico come forma di cultura internazionale. Una cultura che ha permesso la formazione dei principi e dei valori fondamentali delle nostre società, come la democrazia, l’uguaglianza e i diritti umani.

Per l’Unesco la Giornata Mondiale della Filosofia è quindi l’occasione per favorire il dialogo tra conoscenze normalmente distanti per tradizione o tematiche. Quale momento migliore, allora, per parlare di bioetica?

Perché la bioetica è un sapere molto particolare: uno spazio di incontro tra diverse discipline. Simile a una stanza comunicante con più appartamenti, dove i vari inquilini si ritrovano portando ciascuno un proprio contributo per una festa a tema. Che si tratti di nascita, di trattamenti sanitari invasivi o di morte… ciascun invitato offre sempre il proprio personale punto di vista. Medicina, biologia, biotecnologia, diritto e filosofia sono i principali protagonisti, ma capita spesso che intervengano anche l’economia e alcune branche dell’ingegneria.

Ma quando e come è nata questa disciplina tanto chiacchierata, ma poco conosciuta?

Nel decennio 1965-1975,  lo sviluppo tecnologico iniziò a rivolgersi all’essere umano, permettendo interventi sul corpo prima inimmaginabili. Si fece perciò spazio la riflessione filosofica sul rapporto tra tecnologia e corpo umano, lasciando gradualmente in disparte la relazione tra medico e paziente. Così nel 1971 il biochimico statunitense Van Rensselaer Potter coniò il termine «bioethics», come «ponte verso il futuro».

Il futuro di Van Rensselaer Potter è oggi sia il nostro passato (si è capito come concepire esseri umani in laboratorio), sia il nostro presente (è moralmente accettabile chiedere una morte dignitosa?), così come il nostro futuro (alcuni scienziati sono riusciti a far nascere un topo figlio di due esemplari dello stesso sesso).

Inoltre, la bioetica tradizionale non è solo un dialogo tra diverse discipline, ma anche un tipo di ragionamento che procede per via deduttiva alla soluzione di casi medici estremihard cases») dal punto di vista clinico e morale. Per questa ragione la bioetica tende a non essere considerata in modo unanime un pensiero “critico” e quindi a essere contestata perché priva di rigorose premesse.

Il dibattito pubblico e quello politico tendono però a semplificare lo scenario.  Il riferimento va quindi a diverse bioetiche, confondendo quindi una determinata posizione ideologica o religiosa con l’intero spazio di confronto. Questa confusione tende a polarizzare il dialogo, impedendo di accogliere delle soluzioni razionalmente condivisibili al di là delle posizioni ideologiche individuali.

Qualche esempio? Una sezione specifica di Penna Vagante è già in fase di costruzione, per passare dalla teoria alla pratica!

Per ora potete consultare il programma del World Philosophy Day 2018 cliccando qui, le cui celebrazioni principali si tengono a Parigi presso la sede dell’Unesco. In quest’occasione due anni ha avuto la possibilità di partecipare come volontaria per animare una Nuit de la Philosophie  ricca di performances artistiche, di letture e di dibattiti.

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Michelle Obama e la European Fertility Week: iniziamo a parlare di infertilità?

La sindrome da pagina vuota è una patologia dell’autostima abbastanza diffusa.
Si presenta come incapacità di sfiorare la tastiera del computer, nel timore – per lo più inconscio – di potersi ustionare gravemente.
Ecco, la sindrome da blog vuoto è un elevamento a potenza di questa sensazione.

Da quando Penna Vagante era ancora in fase embrionale, privo di nome e di impostazione grafica, ho avuto la certezza che avrei dovuto affrontare la sindrome del blog vuoto nella prima settimana “completa” di Novembre. Perché Novembre è un mese che sento mio, sempre foriero di novità e inizi.

Ma specialmente perché questa settimana coincide con la European Fertility Week: una settimana dedicata ad accrescere la consapevolezza dell’infertilità a livello europeo. A promuovere il momento di riflessione è Fertility Europe, l’ente i cui membri sono le associazioni nazionali di pazienti, professionisti e attivisti del settore della fertilità.

La consapevolezza sulla fertilità umana viene abitualmente minata da molti fattori. Qualche esempio? La confusione – più o meno volontaria – che avviene tra sessualità e riproduzione: l’idea che un uomo infertile sia un uomo impotente è quanto mai radicata. Per le donne il discorso è differente, perché l’elemento sessuale non viene messo in discussione. A prevalere è il pensiero per cui una donna non possa dirsi tale senza rispondere e realizzare il proprio indiscusso (!) istinto materno. Così, una donna che non riesce a concepire un figlio con un comune rapporto sessuale è ritenuta semplicemente guasta.

Gli equivoci sul rapporto tra sesso e riproduzione e sul dovere riproduttivo delle donne sono alla base di un potentissimo stigma sociale. Di infertilità si parla poco e se ne parla di frequente a sproposito. Per questo le testimonianze di personaggi esposti mediaticamente, provenienti dal mondo dello spettacolo o delle istituzioni, sono accolte con sempre più gioia da chi cerca di diffondere il sapere scientifico e sociale in materia.

La notizia di oggi riguarda Michelle Obama, che anticipa di pochi giorni l’uscita della propria biografia (“Becoming”)  annunciando ai media come non solo abbia sofferto di un aborto spontaneo, ma anche come entrambe le figlie siano nate da tecniche di fecondazione in vitro (IVF).

Sapete quindi quanti europei soffrono di infertilità? Oppure quanti bambini sono nati dalle tecniche di riproduzione in vitro? Questo video realizzato da Fertility Europe può iniziare a darvi qualche risposta! Per chi ne avesse bisogno, il video è dotato dei sottotitoli automatici di YouTube.

Satu Rautakallio-Hokkanen, Presidentessa di Fertility Europe ha lanciato la European Fertility Week 2018 ricordando come:

“Infertility remains underestimated and misunderstood. It’s not an easy issue to deal with and patients need every bit of support from their friends, families, employers, society and policymakers. The EU has a responsibility to play its part in promoting education and ensuring universal access to equal, fair and safe treatment. We owe it to the 25 million EU citizens who struggle every day with fertility issues”.

“L’infertilità resta sottostimata e fraintesa. Non è facile da affrontare e i pazienti hanno la necessità di ricevere il massimo del supporto dai loro amici, famiglie, datori di lavoro, dalla società e dai politici. L’UE ha la responsabilità di giocare il proprio ruolo nel promuovere la conoscenza e nell’assicurare a tutti coloro che ne hanno bisogno l’accesso a un trattamento di cura che sia eguale, equo e sicuro. Lo dobbiamo ai 25 milioni di cittadini europei che lottano ogni giorno contro l’infertilità”.

Se questi primi dettagli hanno stimolato in voi una dose di curiosità anche minima, sappiate che su questi (e molti altri) temi con Penna Vagante tornerò spesso e in modo approfondito. Per oggi è sufficiente uno spunto introduttivo… e la soddisfazione di aver affrontato la sindrome da blog vuoto!

Da dove si comincia?

Penna Vagante è un progetto nato senza nome, ma con un obiettivo preciso. Un progetto incubato per diversi mesi, che ha visto la luce una sera di ottobre qualunque.

L’idea di fondo era quella di riuscire a dare voce in modo semplice alla ricerca universitaria che porto avanti da tre anni. Dare voce quindi al tema dell’infertilità in tutte le sue sfumature e attraverso tutte le sue connessioni: diritti riproduttivi, bioetica in generale, tematiche di genere. Senza tralasciare la narrativa e il cinema che li raccontano! Dare voce, ma più correttamente dare più voci, perché l’intenzione è quella di poter accogliere alcuni ospiti in questo spazio.

Perché?
Perché durante il dottorato svolto tra Torino e Parigi (qui il mio profilo), ho avuto modo di incontrare docenti universitari, associazioni di pazienti, giornalisti e altre figure protagoniste del dibattito sempre più attuale attorno alla riproduzione umana.

Dal dialogo con queste persone è nata la voglia di dare un contributo non solo accademico. Un contributo ripulito da posizioni ideologiche, in grado di raccontare anche ai non esperti alcune realtà molto diffuse, senza privare il racconto di un fondamento scientifico.

Da lì, la passione per la divulgazione scientifica ha fatto il resto! Si può parlare di divulgazione giuridica? O di divulgazione sociale?

L’obiettivo è ora quello di provarci, con la freschezza e la fluidità tipiche di un blog, come il suo nome lascia intuire! Se siete curiosi, qui potete scoprire qualche dettaglio in più sul blog.