Primi passi ai confini dell’universo dell’infertilità.

Dopo qualche mese di attività del blog, riesco finalmente a dedicare le prime righe all’argomento al cuore della mia ricerca di dottorato… che costituisce per me anche il centro di un’autentica ‘battaglia‘ culturale e sociale!

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A quale tema mi riferisco? Da come si desume dal titolo, all’infertilità, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) riconosce come patologia e definisce così:

assenza involontaria del concepimento dopo almeno un anno di rapporti sessuali mirati o quantomeno non protetti

Questa definizione sta gradualmente evolvendo nel senso di comprendere anche i casi nei quali a impedire il concepimento non sia una disfunzione dell’organismo, ma un’impossibilità anatomica, come per esempio nel caso delle coppie dello stesso sesso. Ma su questa evoluzione torneremo più avanti!

L’infertilità è quindi questa difficoltà protratta nel concepimento, che si suddivide in due categorie:

  1. quando non vi è un trattamento risolutivo della patologia, si ha a che fare con casi di sterilità,
  2. quando invece un presidio medico risolutivo esiste, ci si riferisce a casi di subfertilità o ipofertilità.

 

Se leggendo queste prime righe pensate si tratti di pura accademia, di casi rari, di episodi ai confini dell’universo conosciuto… sappiate che siete persone fortunate, ma che là fuori
vi sono ogni anno circa 25 milioni di cittadini europei che quotidianamente affrontano questa patologia!

Culturalmente siamo portati a credere che la parte più complessa nel controllo delle nascite riguardi la contraccezione, perché il silenzio che circonda l’infertilità ha consentito la costruzione di un autentico tabù attorno al tema degli ostacoli al concepimento.

Giuridicamente, invece, serve tenere a mente come il riconoscimento dell’infertilità come patologia implichi l’inclusione della sua cura nel diritto alla salute! Anche su questo argomento e sulla sua storia torneremo presto, ma per ora basta sapere che il diritto alla salute è definito come:

uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente un’assenza di malattie o infermità

( Preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 1946).

 

E quindi, vi starete chiedendo?

Quindi è importante sapere come il concetto di salute, accettato a livello normativo italiano e internazionale, includa anche un profilo sociale e uno mentale. Perciò può essere intesa come cura anche una pratica sociale che risolva uno stato di malessere che incida sul piano biologico o su quello psichico.

Per questo insistere su una distinzione tra natura e artificio in riferimento alle cure per la fertilità appare poco sensato, specialmente si si vuole basare su questa distinzione una pretesa illegittimità morale delle cure stesse. Questo rilievo sarà essenziale quando approfondiremo la classificazione delle cure esistenti per l’infertilità, andando a vedere in quale modo agiscano i diversi trattamenti.

Lo so, in questo articolo ho promesso molti approfondimenti e offerto solo definizioni, ma linfertilità è davvero un universo umano, prima che medico, troppo vasto per essere esplorato senza le dovute premesse o con estrema velocità. Soprattutto se l’obiettivo finale è quello di rompere definitivamente il silenzio attorno a questa patologia, attraverso la diffusione delle conoscenze di base legate a cause, cure e riferimenti normativi.

Quindi se siete curiosi, continuate a seguire il blog anche sui social network… trovate tutti i collegamenti nella colonna di destra di questa pagina!

Becoming, l’autobiografia rivoluzionaria di Michelle Obama.

Penna Vagante è stato inaugurato trattando dell’uscita
dell’autobiografia di Michelle Obama (potete trovare il primo articolo qui),
così ho deciso di dare inizio alla sezione Recensioni del blog proprio con
Becoming – La mia storia
.

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Il libro va indubbiamente inserito nella categoria delle autobiografie. Ciononostante, sin dalle prime pagine l’autrice non sembra interessata tanto a raccontare una storia, quanto a rivolgersi direttamente ai propri lettori, ma soprattutto alle proprie lettrici.

La chiave di lettura in questo senso va ricercata in un’affermazione nella prefazione:

“Sono stata spesso l’unica donna e l’unica persona afroamericana presente nella stanza, in molte stanze”.

Il libro ha una struttura piuttosto semplice: dalla prima parte dal titolo ‘Diventare me stessa’, si passa al racconto dedicato alla coppia Obama (‘Diventare noi stessi’) per arrivare alla storia di come la carriera politica di Barack abbia portato l’intera famiglia a diventare residente alla Casa Bianca (‘Diventare qualcosa di più’). Altrettanto semplici sono lo stile e il registro, che permettono una lettura rapida, ma mai annoiata.

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Le umili origini dell’ex first lady statunitense vanno ricercate nel South Side di Chicago, una vasta area in cui povertà e criminalità prosperano da decenni. Nata in una famiglia proletaria, Michelle Obama ci accompagna per mano attraverso la propria crescita personale e professionale, senza mai tralasciare affermazioni universalizzanti in grado di farci riconoscere almeno in uno dei segmenti di storia tratteggiati nel libro.

Dei numerosi spunti di riflessione che Becoming offre, uno in particolare è salito agli onori delle cronache prima che il libro arrivasse sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo. Michelle Obama ha infatti rivelato a pochi giorni dall’uscita come il proprio percorso di maternità fosse stato segnato da un aborto spontaneo e dal ricorso a tecniche di fecondazione in vitro (FIV/IVF). Di fatto, in modo rivoluzionario, l’ex first lady ha offerto uno scorcio della propria vita personale indagandone non solo uno dei profili più intimi, ma anche più stigmatizzati.

Michelle Obama affronta dunque in modo diretto
due tabù sociali fortemente radicati.

Il primo è quello degli aborti spontanei, attorno ai quali aleggia un’aura di mistero e vergogna. Delle gravidanze che non giungono a compimento non si parla, abbandonando le donne ad affrontare paure e senso di fallimento di fronte a quello che, statisticamente, è un evento molto frequente. Ancora peggio, l’idea diffusa che una donna possa essere tale e realizzarsi soltanto attraverso la maternità comporta il sorgere della convinzione che una donna con problemi di fertilità sia una donna incompleta. Per non dire guasta. Il silenzio è quindi il primo elemento su cui si costruisce il tabù:

“Se dovessi aprire un dossier sulle cose che nessuno ti dice finché non ti ci trovi in mezzo, potrei cominciare con gli aborti [spontanei; miscarriages]. Un aborto [spontaneo; miscarriage] è un’esperienza solitaria, dolorosa e demoralizzante a livello quasi cellulare. Quando ti succede, tendi a considerarlo un tuo fallimento personale, e invece non lo è. […] Quello che nessuno ti dice è che gli aborti [spontanei; miscarriage] capitano di continuo, a più donne di quante immaginiamo, dato il relativo silenzio che li circonda.”

L’ex First Lady statunitense racconta anche  come le difficoltà legate alla propria maternità non siano terminate con l’esperienza di una gravidanza non arrivata al suo fine naturale:

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“A quanto pare, persino per due tipi intraprendenti, legati da un amore profondo e con una robusta etica del lavoro, decidere di avere un bambino non basta. La fertilità non è qualcosa che si conquista. Per quanto sia esasperante, non esiste un rapporto diretto tra sforzo e risultato. Per me e Barack fu una sorpresa e una delusione.”

Il tabù dell’infertilità viene proposto tenendo conto anche dell’inaccessibilità delle cure nel sistema statunitense.

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Michelle Obama descrive infatti come ‘fortunatissimi’ lei e il marito, perché dotati di un’assicurazione sanitaria in grado di coprire i trattamenti necessari. Non solo, perché a emergere è persino il dato della fattuale ineguaglianza tra uomo e donna sul piano biologico durante le fasi di cura. Il peso fisico dei trattamenti ricade infatti in modo integrale e inevitabile sul corpo e sull’organizzazione della vita quotidiana della donna.

 

Becoming,
pur rimanendo uno straordinario mezzo di autopromozione per l’ex first lady,
è a tutti gli effetti un’autobiografia rivoluzionaria perché rompe coraggiosamente il muro del silenzio che circonda linfertilità.
Portare alla luce gli ostacoli fisici che si frappongono tra un progetto di famiglia e la sua realizzazione è un gesto fondamentale. Un gesto che diviene rivoluzionario, specialmente in quest’epoca storica, se operato dalla posizione privilegiata dalla quale Michelle Obama può levare la propria voce. Specialmente con un libro che più che raccontare una storia, si pone come manuale di istruzioni per la costruzione di una femminilità consapevole e libera.

 


  • Michelle Obama, Becoming – La mia storia, Garzanti, 2018.

Un San Valentino bioetico: il primo trapianto di cuore della storia… ai confini dell’etica e del diritto.

Buon San Valentino
ai lettori e alle lettrici di Penna Vagante!

Personalmente non sono un’amante delle festività di questo tipo e perciò ho immaginato di dare una chiave di lettura diversa a questa ricorrenza. Una chiave legata alla bioetica e che parte dal simbolo che l’Occidente ha legato alla nozione d’amore: il cuore.

Il cuore di cui vi vorrei parlare oggi è però l’organo centrale dell’apparato cardiocircolatorio e in particolare il cuore come oggetto di trapianto. Un trapianto è un intervento di microchirurgia grazie al quale un organo, le cui funzioni risultano compromesse, viene sostituito con un analogo organo proveniente da un altro corpo. Il trapianto può riguardare interi organi (cuore, rene, fegato, pancreas) o specifici tessuti (come pelle, cornee o midollo osseo). Va da sé che l’espianto potrà avvenire da una persona vivente solo qualora la parte interessata non sia essenziale alla vita. Oggi giorno è inoltre possibile realizzare i cosiddetti xenotrapianti, prelevando cioè l’organo o il tessuto da animali e lavorandolo con tecniche di ingegneria genetica in grado di renderlo compatibile con l’organismo umano. Infine, la scienza ha reso possibile l’impianto di organi e valvole artificiali nel corpo umano.

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La storia contemporanea dei trapianti di organo è iniziata dalla scoperta nel 1900 dell’esistenza dei gruppi sanguigni (A, B e 0) a opera del biologo e fisiologo Karl Ernest Landsteiner. Due anni dopo Alfred von Decastello e Adriano Sturli, scoprirono il gruppo AB, mentre lo stesso Landsteiner nel 1940 identificò con Alexander Wiener il fattore sanguigno Rh.

Da queste basi e dalla ricerca veterinaria, il biologo Peter Medawar prese spunto per sperimentare i primi trapianti di pelle durante la Seconda Guerra Mondiale, giungendo a scoprire la prima colla biologica, successivamente molto impiegata in ambito clinico (il fibrinogeno, una proteina il cui compito è quello di coagulare il sangue).

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Ma il principale merito di Medawar, che gli valse anche il premio Nobel (1960), fu quello di teorizzare la nozione di tolleranza acquisita attivamente, sottolineando cioè l’importanza della compatibilità dei tessuti tra donatore e ricevente (istocompatibilità).

Nel 1954 il chirurgo Joseph Murray eseguì il primo trapianto di rene a Boston, tra due gemelli monozigoti. Rispettivamente nel 1963 e nel 1966 furono realizzati il primo trapianto di fegato (Thomas Starzl) e il primo di pancreas (William Kelly, Richard Lillehei).

Il cuore è stato dunque l’ultimo organo, in ordine cronologico, il cui trapianto ha conosciuto il successo. Autore dell’opera, il sudafricano Christiaan Barnard, era un chirurgo le cui indiscusse capacità non riuscirono a sormontare, presso i colleghi, il fastidio per la sua superbia. Christiaan_Barnard_1969.jpgInfatti, quando il 3 dicembre 1967 a Città del Capo espiantò il cuore da una donna di 25 anni, violò numerose norme, commettendo formalmente un omicidio. All’epoca le regole etiche e giuridiche ponevano infatti cospicui limiti agli interventi di espianto: la morte veniva infatti accertata solo quando il cuore smetteva di battere. Secondo questo paramtero, Denise Darvall, vittima di un incidente stradale che l’aveva resa incosciente, era quindi ancora viva quando Barnard prelevò il suo cuore. Barnard surclassò così Norman Shumway, chirurgo di della Stanford University che i colleghi di tutto il mondo conoscevano e ritenevano sarebbe stato il primo a riuscier nell’impresa. Schumway tuttavia rispettò le regole deontologiche dell’epoca e non ottenne il primato.

Il ricevente del primo trapianto di cuore fu dunque Louis Washkansky, paziente diabetico di 55 anni che sopravvisse 18 giorni all’operazione, morendo per una

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polmonite. Significativamente Barnard non avvisò nessun collega del suo piano, prima di mettere in atto l’operazione, ben sapendo che non sarebbe stato autorizzato a espiantare il cuore che batteva ancora. Battito che allo stesso tempo era necessario perché l’operazione avesse successo e che implicava che, per gli standard dell’epoca, la paziente fosse considerata viva. Il paziente inoltre, era il paziente perfetto per il progetto sperimentale del chirurgo: i suoi reni e il suo fegato erano gravemente compromessi e l’audace tentativo di trapianto rappresentava un’ultima possibilità. Barnard non solo non venne accusato di omicidio o di violazione delle regole deontologiche, ma divenne un’autentica star nel mondo medico.

Nel gennaio 1968 Barnard eseguì un secondo trapianto, grazie al quale il paziente sopravvisse 19 mesi. Molti colleghi lo accusarono di aver intrapreso una strada pericolosa in un momento in cui la conoscenza non era ancora sufficiente a supportare l’intervento sull’uomo. Infatti il problema delle crisi di rigetto era ben al di là della risoluzione. Tuttavia, Bernard ebbe il merito, anche grazie all’ampio coinvolgimento dell’opinione pubblica, di accelerare il dibattito attorno alla definizione di morte, spingendo i suoi colleghi ad adottare criteri comuni per identificare la morte cerebrale.

L’eco dell’opera di Barnard fu tale presso l’opinione pubblica che, quando morì nel 2001 per un attacco d’asma, le principali testate riportarono la notizia di un attacco di cuore, ben sapendo quanto i lettori sarebbero rimasto affascinati dalla nemèsi del famoso chirurgo…

Le donne nella scienza: Rosalind Franklin, il DNA e quel Nobel tutto maschile.

La Giornata Internazionale delle ragazze e delle donne nella Scienza
si celebra oggi, 11 febbraio!

E’ stata proclamata dalle Nazioni Unite e patrocinata dall’Unesco per incoraggiare"FridaysForFuture"_protest_Berlin_14-12-2018_17.jpg la partecipazione delle donne nella scienza, al fine di garantire pari opportunità nelle carriere. Quest’anno il tema è il cambiamento climatico, per cui Greta Thunberg e Kiara Nirghin sono state citate come modelli dal direttore generale dell’Unesco, Audrey Azoulay.

 

Ma le donne nella scienza non sono solo quelle da supportare per costruire un futuro più equo, ma anche quelle del passato il cui operato non va dimenticato. Per questa ricorrenza ho scelto quindi di ricordare Rosalind Franklin, biochimica inglese, con un dottorato di ricerca in chimica fisica e ricercatrice del King’s College di Londra.

 

dna-1370603787LgYIl suo nome potrebbe non suonarvi nuovo, perché associato a una delle scoperte più importanti del secolo scorso: la struttura a doppia elica del DNA. Infatti, quando nel 1962 il premio Nobel per la medicina fu assegnato a James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins per aver scoperto quella struttura, Rosalind Franklin non ricevette alcun riconoscimento.

 

Occorre fare però un passo indietro fino al 1953.
In quell’anno la scienziata annotò sul proprio taccuino di lavoro: “il Dna è composto da due catene distinte”.
Aveva maturato quest’ipotesi dopo aver scattato alcune foto (difrattogrammi) del DNA, delle quali la n. 51 ABDNAxrgpjfu mostrata da un superiore della Franklin a due  studiosi. Il superiore era Wilkins, mentre i due studiosi erano Watson e Crick.
Questi ultimi, solo due settimane dopo, pubblicarono il celebre articolo su Nature nel quale illustravano la struttura a doppia elica del DNA.  Rosalind Franklin aveva dunque contribuito inconsapevolmente grazie a due grandi capacità: quella di creare preparati chimici e quella di analizzare ai raggi X. Abilità che  le avevano permesso di ottenere quelle poi descritte come “tra le più belle fotografie a raggi X di qualsiasi sostanza mai scattate” (come ha riportato la biografa Brenda Maddox).

Nel 1951 Rosalind Franklin aveva anche capito come esistessero due forme di DNA: una forma base, quando asciutta (cristallina/forma A), e una più sottile e lunga, quando bagnata (paracristallina/forma B).

Ma nel 1963, come dicevamo, Rosalind Franklin non venne insignita di nessun premio, anche se questo avrebbe solo potuto essere postumo. La scienzata morì infatti a soli 37 anni (1958), a causa di un cancro particolarmente aggressivo.  Se dunque da un lato il conferimento postumo del Nobel non era previsto a regolamento, dall’altro molti dubbi sorsero dall’assenza totale di qualsiasi riferimento al suo contributo. Si sostenne anche che non fosse possibile attribuire un premio a più di tre persone.

Watson, nel suo celebre libro “La doppia elica” (1968), ha lasciato intendere come nell’ambiente della ricerca inglese un machismo fosse diffuso e radicato. Rosalind_FranklinCiò non gli impedì, nello stesso libro, di spendere parole poco lusinghiere nei confronti della Franklin, descritta come la “la terribile e bisbetica Rosy“, con un carattere insopportibile e gelosa delle proprie attività di ricerca. Non solo, perché secondo Watson la scienziata si vestiva come un’adolscente, senza truccarsi e non era per nulla attraente a livello fisico. Quale pertinenza avrebbero questi elementi con la levatura intellettuale della scienziata? Evidentemente nessuno, se non quella di poter mettere in luce la forte misoginia di Watson, denunciata da Mary Ellmann nel libro “Thinking about women” (1970). Oltre alla misoginia, James Watson nel corso degli anni ha anche dato spazio a esternazioni di natura antisemita e razzista, delle quali le ultime solo poco

Nei carteggi di Rosalind Franklin, tuttavia, emerge una sofferenza legata più a discriminazioni sociali e religiose, che non a quelle di genere, pur sempre presenti. Rimane il fatto che l’ambiente lavorativo  del King’s College si fosse rivelato avverso e così la scienziata si trafserì al Birkbeck College, dove il professor Bernal le permise di iniziare la ricerca sul virus del mosaico del tabacco (TMV). Attività che rimase incompiuta a causa della morte precoce.

Negli ultimi anni di vita, Rosalind Franklin mantenne una fitta corrispondenza 800px-Franklin-wilkins.jpgcon il solo Francis Crick, mentre in seguito alla morte il King’s College ha intitolato un edificio a lei e a Maurice Wilkins. Oltre alla biografia tracciata da Brenda Maddox, anche Gabriella Greison ha tracciato un ritratto della scienziata, nel suo libro dedicato alle sei donne che hanno cambiato il mondo.

 

Ancora oggi le donne faticano enormemente a trovare il proprio spazio nella scienza, complice un’educazione fortemente pregna di stereotipi di genere. Si può pensare di cambiare questa realtà solo accrescendo sin dall’infanzia la consapevolezza delle bambine nelle loro capacità scientifiche. La de-legittimazione delle donne nell’ambiente della ricerca e nella scienza è un limite che lede la società in generale, minandone le basi democratiche nel senso più profondo.

L’auspicio è, come per tutte le ricorrenze di questo tipo, che una Giornata Internazionale non esaurisca i propri effetti nelle 24 ore solari della propria durata!


RIFERIMENTI :

  1. B. Maddox, Rosalind Franklin: The Dark Lady of DNA, Harper Perennial, 2003.
  2. J.D. Watson and F.H.C. Crick, Molecular Structure of Nucleic Acids: A Structure for Deoxyribose Nucleic Acid, in Nature, 171, pp. 737–738 (1953.
  3. J.D. Watson, La doppia elica, Garzanti, 2016.
  4. M. Ellmann, Thinking about women, Mariner Books, 1970.
  5. G. Greison, Sei donne che hanno cambiato il mondo. Le grandi scienziate della fisica del XX secolo, Bollati Boringhieri, 2017.

La Giornata Internazionale contro le mutilazioni genitali femminili.

[Image Courtesy of Newtown grafitti ]

Il 6 febbraio ricorre la Giornata Internazionale
contro le mutilazioni genitali femminili.

Un tema che riguarda il diritto, ma prima ancora l’antropologia e quindi il ruolo della cultura (in senso ampio) rispetto a una data società.

Ma in che cosa consistono le FGM (dall’inglese female genital mutilation)?

Si tratta di quelle  procedure che hanno per scopo l’alterazione o il danneggiamento dei genitali femminili per ragioni non mediche e che, a livello internazionale, sono riconosciute come violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze.

Le ragioni per le quali le FGM sono realizzate sono numerose e di diversa natura:

  • sessuali, quando sono volte a soggiogare o sminuire la sessualità femminile;2000px-No-FGM.svg.png
  • sociologiche, quando sono legate al bisogno di una comunità di riconoscersi attraverso riti di iniziazione, attraverso i quali le giovani sonointegrate e la comunità rimane unita;
  • igieniche ed estetiche, nei casi di quelle culture 

    nelle quali i genitali femminili esterni sono ritenuti osceni o veicolo di infezioni;

  • sanitarie, in quanto in alcune società è radicata l’idea che la mutilazione aumenti la fertilità della donna e/o la salute del nascituro;
  • religiose, in quanto pratiche che si ritengono dettate da testi religiosi (Corano).

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha suddiviso le FGM  in quattro categorie a seconda del grado di gravità:

  • la clitoridectomia o escissione della clitoride (tipo I): si tratta dell’asportazione parziale o integrale della clitoride al fine di eliminare la sensibilità erogena

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    principale dal corpo della donna;

  • l’escissione o asportazione (tipo II) della clitoride e delle piccole labbra, che talvolta coinvolge anche la parziale rimozione delle grandi labbra;
  • l’infibulazione (tipo III), vale a dire l’asportazione della clitoride, delle labbra (piccole e grandi), nonché la cauterizzazione e la cucitura della vulva lasciando spazio alla sola fuoriuscita di urina e sangue mestruale;
  • altre pratiche di mutilazione genitale non classificate come l’uso di piercing, la cauterizzazione e l’incisione o rimozione di parti della vulva, nonché l’uso di acidi (tipo IV).

Simili pratiche non incidono esclusivamente sulla sessualità, ma più in generale sulla salute globale della donna. Al di là dell’enorme danno psicologico, l’impiego di strumenti rudimentali e il mancato rispetto di qualsiasi norma igienica possono implicare l’insorgenza di molteplici conseguenze. Le infezioni causate dai tagli e dalle suture comportano infatti complicazioni che riguardano le vie urinarie e la fertilità delle donne che subiscono simili atrocità. Non solo, perché l’escissione della clitoride può causare la formaizone di un neuroma traumatico, cioè di un insieme di fibre nervose che rendono la benché minima stimolazione dell’area terribilmente dolorosa. Tutto ciò ammettendo che l’esecuzione di una di queste operazioni non provochi emorragie o infezioni di per loro fatali. In caso di sopravvivenza, al dolore atroce associato ai rapporti sessuali si aggiungono rischi di ritenzione urinaria (incapacità della vescica di svuotarsi) e di cistiti croniche.

 

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Secondo l’OMS più di 200 milioni di ragazze e donne convivono oggi con una mutilazione di questo tipo. Persone che si trovano per lo più in 30 Paesi disseminati tra africa, Medioriente e Asia, anche se simili pratiche vengono poste in essere clandestinamente anche in Occidente.

A livello internazionale la lotta contro le mutilazioni genitali femminili è condotta dall’OMS insieme all’Unicef e al Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA). In Italia il Parlamento tutela le donne dal 2006 (Legge 7/2006), anche grazie allart. 583-bis c.p. che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili.

L’importanza della tematica e la necessità di tutelare le ragazze esposte al pericolo delle mutilazioni ha fatto sì che il Time abbia riconosciuto un’attivista Maasai tra le 100 persone più influenti al mondo nel 2018 (qui potete trovare l’articolo). L’attivista è Nice Nailantei Leng’ete, ragazza sfuggita a 9 anni al taglio nel proprio villaggio e che da adulta ha intrapreso un’azione pervasiva di negoziazione con le guide dei villaggi africani al fine di individuare riti d’iniziazione diversi dalle mutilazioni.

Il percorso verso l’eliminazione di simili pratiche è ancora lungo e non libero da ostacoli, considerato come il sottrarre le donne a questi riti costituisca un autentico pericolo per la loro incolumità e per la coesione della comunità cui apprtengono. Ciò non significa che le FGM vadano tollerate, ma che la complessità delle relazioni in cui si inseriscono renda impossibile prevederne un contrasto che non passi da una profonda trasformazione del ruolo della donna e della sua libertà sessuale.

 

Gli albori della bioetica: l’essere umano e l’ambiente.

Dopo un mese di assenza, eccomi di nuovo qui a parlarvi di bioetica
da dottoressa di ricerca !
L’ultimo mese è stata un’autentica corsa sulle montagne russe, ma finalmente l’ambito titolo è stato conquistato e potrò tornare a occuparmi anche del blog.

 

Da dove ri-partire, quindi? Proprio dalla storia della bioetica, riprendendo quello che vi ho provato a raccontare in World Philosophy Day 2018: Bioetica, questa sconosciuta..

 

Si è detto che nel decennio 1965-1975  lo sviluppo tecnologico iniziò a rivolgersi all’essere umano, rendendo possibili interventi medici sul corpo umano prima nemmeno immaginabili. Il biochimico statunitense Van Rensselaer Potter inventò in quel periodo il termine «bioethics» per descrivere il ponte tra scienza ed etica, che avrebbe dovuto condurre il genere umano verso il futuro.  Potter cominciò a proporre la nozione di bioetica nel 1970, in un famoso articolo dal titolo “Bioethics: The Science of Survival” (Bioetica: la scienza della sopravvivenza), mentre l’anno seguente pubblicò l’opera completa contenente la propria teoria (“Bioethics: Bridge to the Future“, disponibile nella versione italiana per Sicania editore).

 

Qual era dunque l’idea di fondo di Van Rensselaer Potter?

Diversamente da ciò che si potrebbe pensare, il rapporto tra essere umano e medicina non era di per sé al centro delle riflessioni del biochimico. Il cuore dell’opera è infatti dedicato a dimostrare quanto sia pericolosa l’ignoranza che riguarda l’uso della tecnica e della tecnologia. Potter temeva gli effetti della loro applicazione sul lungo periodo, auspicando quindi la formazione di una coscienza etica collettiva, di un senso del limite da esercitarsi rispetto al progresso.

 

Concetti troppo astratti?

Secondo il biochimico era dunque indispensabile una “biological wisdom“, una consapevolezza dei rischi dell’azione dell’uomo sull’ambiente in generale, al fine di garantire un futuro al genere umano. Serviva perciò “la conoscenza di come usare la conoscenza”, visto che

« per quanto riguarda il resto della natura, [noi esseri umani] siamo come un cancro le cui strane cellule si moltiplicano senza restrizione ».

Questa affermazione del biologo marino Norman Berrill fondò il pensiero di Potter. Il biochimico riteneva infatti che l’istinto di sopravvivenza del genere umano non fosse più sufficiente e a entrare in gioco dovesse essere una vera e prorpia scienza della sopravvivenza.

In particolare, il biochimico aveva concentraro i propri studi in materia oncologica, arrivando a individuare i danni provocati dall’ inquinamento ambientale sulla salute umana.

«  La nostra era ha scoperto come far divorziare la conoscenza dal pensiero, col risultato che abbiamo, in realtà, una scienza che è libera, ma non ci è rimasta quasi nessuna scienza in grado di riflettere »

sostenne il medico franco-tedesco Albert Schweitzer, citato da Potter. Perciò appariva indispensabile ri-pensare l’azione umana, interrogandosi su come limitarne la portata sulle altre specie viventi e sull’ambiente circostante. L’assunto di base era che la possibilità di fare qualcosa non rendesse di per sé quel qualcosa accettabile sia sul piano morale, sia su quello scientifico. Ecco quindi il ponte tra etica e scienza.

 

Che cosa può quindi rimanerci da un primo approccio all’opera fondativa della bioetica, nella quale il termine stesso “bioethics” è stato coniato?

 

Da un lato lo stimolo a una costante messa in discussione di tecniche e tecnologie rispetto alle proprie condizioni e conseguenze. Dall’altro la consapevolezza assoluta dei pericoli che il genere umano pone in essere nei confronti delle altre specie viventi e dei loro ecosistemi. Elementi che oggi più che mai non possono essere minimizzati.

Infine, sembra interessante riflettere su alcune idee date per scontate nnell’immaginario collettivo. Si ritiene infatti che la bioetica sia nata avendo per obiettivo la tutela dell’essere umano rispetto all’impiego delle tecniche e delle tencologie su se stesso. In realtà, come abbiamo visto, l’obiettivo di Potter era quello di ri-mettere in discussione sì l’uso degli strumenti tecnici, ma nel più ampio contesto dell’ambiente in cui l’uomo vive.

Se l’articolo vi ha interessati, non esitate a condividerlo e… a seguire Penna Vagante sui social! A presto!

 


RIFERIMENTI :

  1.  V. R. Potter, Bioethics: The Science of Survival, in Perspectives in Biology and Medicine, 14 (1970).
  2.  V. R. Potter, Bioetica: ponte verso il futuro, Sicania, Messina, 2000 (ed. it.);
  3.  N. J. Berrill, Man’s Emerging Mind,New York: Dodd, Mead and Co., 1955;
  4.  A. Schweitzer, An Anthology, Beacon Press, 1948.

Consigli letterari per regali natalizi (bioetica e dintorni).

In un modo o nell’altro,
siamo arrivati al periodo più amato o detestato dell’anno:
il Natale!

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Che apparteniate allo schieramento ‘Grinch‘ o a quello degli euforici delle feste, ho preparato per voi qualche consiglio per i regali natalizi. Genere: libri.

Perché un libro è quello straordinario mezzo che sintetizza in un unico oggetto il piacere del viaggio, della scoperta, dell’azione, ma anche della riflessione e del riposo.
Pronti quindi per la carrelata?

Categoria: romanzi

Tra le ultime uscite dell’autunno 2018, ci sono due romanzi di autori italiani che potrebbero fare al caso vostro, se i temi legati alla bioetica suscitano in voi dell’interesse.

 

Il primo si concentra su di un rapporto madre – figlia, confrontate per varie raIMG_5839gioni nel loro quotidiano alla nascita e alla morte.
Una storia semplice ma tra le cui pieghe si celano i tabù più radicati nella cultura italiana e una rara capacità di descrivere, con semplicità, l’umano.
Il titolo dell’opera è “La parte migliore“, di Christian Raimo per Einaudi (qui la pagina relativa). Perché “se siamo convinti di voler bene a tutti, forse non siamo capaci di amare nessuno”.

 

 

 

 

A seguire, una lettura decisamente più rilassata, che scorre con una fluidità rara per quanto intervallata da dialoghi di contenuto scientifico e filosofico.
La storia si sviluppa neIMG_7501.jpgl corso di una gravidanza e a chiacchierare tra loro sono due gemelli… ancora nel grembo materno!
Si alterna la prospettiva dei due spassosi nascituri con quella della futura mamma, insegnante 36enne combattuta tra il desiderio di maternità e mille paure.
Il libro, originale quanto sensibile, è “Noi due“, di Giovanna Zucca per DeA Planeta (qui la scheda).

 

 

 

 

Sempre per la categoria romanzi, iniziamo a risalire nel tempo fino al 2014. Il film tratto dall’opera è uscito pochi mesi fa, con il titolo “Il verdetto“. Per chi non l’avesse ancora visto, la storia ha come protagonista Fiona Maye, stimato giudice dell’Alta Corte britanniIMG_7394-2ca presso la Sezione Famiglia. La vita privata di Fiona è in crisi e, come sempre, la giudice cerca conforto nel proprio lavoro. Il caso che le viene affidato riguarda Adam Henry, 17 anni e 9 mesi, quindi non ancora legalmente pronto ad assumere decisioni sulla propria vita. La grave forma di leucemia di cui soffre sarà la causa dalla quale Fiona, Adam e i genitori del ragazzo dovranno confrontarsi per trarre una decisione fatale: accettare o meno la trasfusione salvavita, da testimoni di Geova praticanti. Un libro che parla di autodeterminazione e scontro tra precetti religiosi e mondo laico, con tagliente puntualità. “The Children Act”, in italiano “La ballata di Adam Henry” di Ian McEwan per Einaudi (qui la scheda della versione italiana).

 

Arriviamo al 2012, con un’autentica perla. La protagonista, Carla, ha 39 anni e un tot di mesi e ormai da 5 anni cerca un figlio con il compagno. In una manciata di pagine il lettore è totalmente assorbito dal complesso mondo della Procreazione medicalmente assistita, tra sigle e acronimi che abitualmente solo pazienti, medici e specialisti del settore conoscono. IMG_7367.jpgIl pregio del libro, specialmente perché non autobiografico, è di portare a galla con disarmante acume il peso fisico e psichico di un percorso di PMA, senza mai cadere nel vittimismo. Una scrittura che cattura anche le persone meno interessate al tema (ho svolto dei test!). Si tratta di “Le difettose“, di Eleonora Mazzoni per Einaudi (qui la scheda).

 

 

Ultimo consiglio natalizio per la cetagoria romanzi: una pietIMG_7456.jpgra miliare del dibattito sui diritti riproduttivi femminili, risalente al 1985 e dal quale è stata recentemente tratta una serie TV di grande successo. In un mondo distopico, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario in cui il potere è esercitato attraverso il controllo del corpo femminile. Le ancelle hanno il compito di garantire una discendenza all’élite dominante, perché sono rimaste le uniche donne in grado di procreare. Nella Repubblica di Gilead, Stato monoteocratico nel quale si sono trasformati gli USA, molti uomini sono sterili, ma nessuno può ammetterlo. Secondo i teologi di Gilead, solo alla donna può essere imputata la sterilità. Un romanzo imprescindibile per il suo portato di critica sociale e politica, molto meno distopica di quanto si possa pensare. Si tratta ovviamente de “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood per Ponte alle Grazie (qui la scheda della versione italiana).

 

 

Categoria: saggi

Se siete invece alla ricerca di qualche lettura che vi chiarisca le idee sui principali temi della bioetica, ecco per voi tre consigli più sostanziosi.

Il primo è il Manuale di Bioetica” di H. Tristram jr. Engelhardt per Il Saggiatore, pietra miliare del settore. Secondo Engelhardt l’inidividuazione di un’etica universalmente valida in ambito medico è impossibile. Il pluralismo etico delle nostre società richiede di impiegare un nuovo linguaggio per le diverse bioetiche presenti nel mondo contemporaneo. Analizzando tutte le principali sfide del rapporto tra medicina e umano, l’autore suggerisce il ricorso a una morale laica, che rispetti i principi religiosi individuali, pur senza elevarli a regole per l’intera comunità (qui la scheda).

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Il secondo è “Bioetica tra “morali” e diritto” di Patrizia Borsellino, uscito agli inizi del 2018 per Raffaello Cortina Editore. Un manuale universitario del tutto aggiornato che pone in relazione medicina e umano sul piano filosofico, riportando le scelte del legislatore italiano in materia e le relative sentenze degli organi di massimo grado. Una lettura di alto profilo, ma in grado di fornire tutte le risposte in merito si “si può?” nel nostro Paese (qui la scheda).

 

Sulla stessa linea di quest’ultimo, troviamo  “Bioetica per perplessi – Una guida ragionata” di Gilberto Corbellini e Chiara Lalli perIMG_7400.jpgMondadori Università (qui la scheda).
Rispetto all’opera di Borsellino, questo libro dà meno rilievo al profilo legale (sempre presente e puntuale) e più al dibattito di ordine morale.

 

 

 

 

 

Categoria: letture per bambini

 

Ultime nell’ordine, ma non per rilevanza, le storie illustrate per raccontare ai più piccoli come sono stati concepiti, in un’epoca in cui la scienza può fare molto per aiutare le persone a divenire genitori.

Il primo è disponibile ancora oggi solamente in francese ed è “Mais… comment naissent les parents?” di Jean Regnaud e Aude Picault per Magnard Jeunesse. Per chi conosce il

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francese e fosse interessato, il libricino spiega con semplicità come nasce un progetto genitoriale, al di là del dato genetico (qui la scheda francese).

Il secondo è stato invece tradotto ed è “Il mistero dei semini di bambino” di Serge Tisseron e Aurélie Guillerey per Albin Michel Jeunesse. Un libro che offre risposte chiare ai bambini concepiti in modo diverso da un comune rapporto sessuale, in modo che siano capaci di costruire la loro identità senza complessi né segreti (qui la scheda redatta da Eugin Italia).

 

Infine, per andare incontro all’esigenza dei bambini, concepiti grazie a un dono di gameti, di comprendere a pieno come sono stati concepiti, e soprattutto desideratiIMG_7483.jpg. Uno splendido libro che spiega da dove vengono i bambini se la cicogna non si presenta e sotto i cavoli non si trova nessun bebè.  “Storia di cristallo di neve… non di cavoli, nè di cicogne” di Francesca Fiorentino ed Erica Lucchi (qui la scheda).

 

 

Sperando che qualcuno di questi spunti possa risultare utile per i vostri regali, sappiate che su Penna Vagante con il 2019 si inaugureranno nuove rubriche dedicate alla narrativa e alla saggistica!

Se avete dei dubbi sui libri descritti, non esitate a lasciare i vostri commenti… e se l’articolo vi è piaciuto, condividetelo! A presto!

I 70 anni della Dichiarazione Universale dei diritti umani e i diritti riproduttivi.

Oggi ricorre la Giornata mondiale dei Diritti Umani. Inoltre la Dichiarazione Universale, dalla quale la giornata trae origine, compie proprio quest’anno 70 anni.

L’Assemblea Generale dell’ONU ha infatti proclamato la Dichiarazione
il 10 Dicembre 1948.

Voi sapete che cosa sono i diritti umani?

Se avete qualche dubbio, sappiate che si tratta di quei diritti riconosciuti all’uomo in base alla sua semplice appartenenza al genere umano.
L’idea non è nata in tempi recenti, ma è stata formalizzata soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Infatti, gli orrori perpetrati nei campi di sterminio e la morte di 50 milioni di persone resero indispensabile l’adozione di uno strumento giuridico in grado di salvaguardare i diritti fondamentali e la dignità di ciascuna persona senza distinzione «di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione» (art. 1 della Dichiarazione Universale).

Negli anni questi diritti sono divenuti sempre più articolati e specifici, fino a comprendere i diritti riproduttivi, cioè i diritti legati alla salute sessuale e riproduttiva.

Questo aspetto della salute riguarda prima di tutto la possibilità degli individui e delle coppie di decidere responsabilmente e liberamente il numero di figli da concepire, ma anche il momento e il luogo nei quali farlo. Non solo, perché a tutti gli individui andrebbe garantito l’accesso a complete informazioni e adeguati mezzi per poter assumere decisioni realmente libere in ambito riproduttivo. Ciò significa, inoltre, che a ciascun soggetto andrebbe assicurato il più alto livello di salute sessuale, oltre che riproduttiva.


Vi sembrano concetti molto astratti e remoti
?

Non è strano che sia così, perché i trattati internazionali impiegano normalmente un linguaggio astratto e generico, il modo da includere il maggior numero di situazioni e circostanze possibili. Queste ultime, spesso, sono molto lontane da quello che è il comune vivere occidentale, specialmente per chi può contare su disponibilità economiche di medio-alto livello.

In ogni caso, il concetto di salute riproduttiva è stato sviluppato sul piano legale come connesso alla vita della donna, vista la sua possibilità biologica esclusiva di  poter formare nel proprio corpo una nuova vita.

Esistono numerosi esempi di come la salute sessuale e riproduttiva sia messa a rischio:
– il rifiuto di permettere alla donna l’accesso a servizi sanitari (come l’obiezione di coscienza rispetto all’interruzione volontaria di gravidanza, in assenza di un medico che sostituisca l’obiettore),
– la bassa qualità, o assenza totale, di servizi sanitari pubblici, che espongono la donna alla necessità di rivolgersi ad attività clandestine,
– le mutilazioni genitali femminili,
– la sterilizzazione forzata,
– l’interruzione di gravidanza forzata,
– le condizioni di abuso vissute dalle spose bambine.

Alla base di queste violazioni vi è l’idea che il valore di una donna dipenda alla sua capacità di riprodursi, ma non solo. In alcuni Paesi a ciò si aggiunge la necessità di concepire un figlio maschio (necessità nella forma di forte pressione sociale o addirittura in forma di legge). Così, ragazze e donne si trovano costrette a subire gravidanze ripetute, spesso ravvicinate, o interruzioni di gravidanza selettive (come avviene nei Paesi dell’Asia orientale e meridionale, in Medio Oriente e nel Nord Africa).

Perché quindi dedicare qualche riga per ricordare come i diritti riproduttivi e sessuali siano a tutti gli effetti dei diritti umani? Perché troppo spesso si dimentica, o s’ignora in modo del tutto volontario, come la sessuale e riproduttiva costituisca a tutti gli effetti una forma di diritto alla salute e come rientri, più in generale, nella sfera di autonomia privata della donna.

Da questo punto di vista ho in mente tre approfondimenti mirati (a puntate). Vi racconterò in che modo i diritti riproduttivi si sono affermati come diritti umani, come questi ultimi abbiano accolto una prospettiva femminista e, non ultimo, quale sia l’origine storica e politica del diritto alla salute.

 

Curiosi? Spero di sì!
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P.s. In merito al 70° anniversario della Dichiarazione, questo è il video di Michelle Bachelet, Alta Commissaria per i diritti umani:

 mentre questo è il video di António Guterres, Alto Segretario dell’ONU: